VICENDE DELLA FAMIGLIA DI FILIPPO ZAMARA

pubblicato il: 17 marzo 2006
da: La Voce di Palazzolo

In una busta, conservata nell’Archivio di Stato di Brescia, sono raccolte delle dichiarazioni dei redditi di alcune famiglia palazzolesi, presentate nei mesi di giugno e luglio 1632. Siamo nell’anno successivo alla fine della pestilenza del 1630-31, e i dichiaranti fanno il punto della loro situazione finanziaria dopo quella bufera che sconvolse quelle che sembravano situazioni finanziarie consolidate.

Quella che presenta aspetti più interessanti è quella degli eredi di Filippo Zamara, morto di peste a quarant’anni nel 1631. Egli ha lasciato vedova Paola Marenzi di 37 anni con sette figli: Caterina di 17 anni, Cornelia di 16, Camillo di 14, Ferrante di 13, Ambrosina di 8, Chiara di 4 e Lanfranco di 10 mesi.

Seguendo le vicende di questi eredi troviamo Caterina maritata nel 1635 con Ercole Piacenza e Ambrosina nel 1647 con Cipriano Savelli. Camillo nel 1642 sposa Lucrezia Honesti, Lanfranco, rimasto nubile, muore a 82 anni nel 1713.

Essi dichiarano di avere, in quadra di Mercato, una casa che confina a mattina colla seriola di Chiari, ma sono stati costretti a lasciarla per la grande umidità e acqua che dalla Vetra penetrava dentro i muri delle stanze a piano terra e nelle camere. L’hanno affittata per scudi 10 all’anno.   Loro sono andati a vivere nelle case in contrada dei Molini in cui hanno diritto di stare per sei anni per aver acquisito l’eredità e l’usufrutto di Chiara Zamara fu Agostino, andata sposa del conte Calepio. In casa hanno un servitore, una serva e due cavalcature che servono anche per il lavoro dei campi. Non svolgono alcuna attività e vivono coi proventi derivanti dalle terre che possiedono in varie zone di Palazzolo. Poco discosta dalla casa del Carvasaglio hanno un’altra casa, che serve per cantina, con un poco di corte e sopra un solaio per la legna, un portichetto e l’orto.

Hanno una cascina a nord della contrada dei Molini, nella contrada del Pratolongone, circondata di 15 piò e 25 tavole di terreno, che confina colla seriola Vetra ed il fiume Oglio. Si tratta dell’ex area Nulli, ora destinata a parco verde. Il fabbricato, con la colombaia, ha diverse stanze al piano terra, camere e solai sopra la stalla, un orto circondato di muro e l’aia. I terreni sono irrigati dall’acqua della Vetra, però, quando cresce il fiume, vengono quasi tutti allagati con gravi danni alle coltivazioni. Vi abita la famiglia del biolco che lavora questo terreno.

Un’altra cascina è in contrada delle Calcine, ha quattro stanze terranee, con due tratti di portico con sopra il solaio, tre vani per lo strame e legna, con l’aia davanti e l’orto, confina colla Fusia. Serve per abitazione del massaro che conduce un terreno adiacente di otto piò.

Possiedono inoltre quattro caselli con sopra dei solai sulla sponda della Fusia che sono utilizzati per scaricarvi il ferro, che viene trasportato lungo la seriola, tre sono affittati ed uno è vuoto.

Un primo gruppo di otto appezzamenti di terra comprende, oltre al Partolongone, 15 piò e 25 tavole, un terreno in contrada delle Roncaglie di 4 piò, la Breda di 10 piò, il Pazzo di 6 piò, il Coren di 3 piò, il Rovedolo di 2 piò e mezzo, in tutto circa 40 piò.

Sono fatti lavorare al “biolco” con salario di 28 scudi e regalie di tre “carghe di miglio e tre di melica”, una “carga di formento” e una di segale, sei “zerle di vino puro e otto di vino fatto con l’acqua, litri 18 di olio da bruciare, litri 12 di olio buono, un peso di mascherpa, un peso di sale, due quarte di fava e un quarto del zappato.” Due cavalli, un paio di buoi e una mucca sono adibiti a questi lavori, si pagano inoltre diversi lavoranti addetti a questi terreni dai quali si può ricavare, per la parte padronale, se non ci sarà la tempesta, “sei some di frumento, tre di segale, un carro di vino, cinque some di miglio e una di legumi.”

Nel podere che confina a sera colla seriola Vetra vi è una rivetta da cui si ricava un poco di “ruso” e vi sono alcune piante di mori di pochissimo frutto. È questo il primo accenno all’esistenza nella nostra campagna dei gelsi, che la cui foglia sarà utilizzata per alimentare i bachi da seta.

Un secondo gruppo, coltivato dal massaro per 30 scudi, comprende 8 piò adiacenti alla cascina delle Calcine, il Predasso di piò 4,5, il Dosso di piò 2, la Croce di piò 1, la Ceresola di pertiche 6,5, il Bazana di pertiche 5, della Trinità di piò 2,5, il Maffè alla Calcine di pertiche 7, i Cinquefili di pertiche 5, il Pradino di pertiche 22, la Ventiga di 11 piò, la Ventighetta di 3 pertiche, la Ceresa di 5 piò, il Campetto vicino alla Castrina di 2 pertiche, e la Bredella di 6 pertiche, per un totale di circa 48 piò dai quali, non tempestando, si può ricavare per la parte padronale “6 some di frumento,2 di segala, 4 di miglio, 4 di melica,1 di legumi e 4 carri di vino.”

I terreni in quadra di Mercato possono esser irrigati dall’acqua del canale Carvasaglio (tre ore), oltre quella che esce continuamente dal bocchetto della Vetra per il Pratolongone, e dalla Fusia per quelli delle Calcine.

Un terzo gruppo di terre è a Mura, oltre il fiume Oglio, e comprende la Rocha di 6 pertiche, il Ronchetto di 3 piò, altra vicina di 22 pertiche, altra lungo la via del Prato di 32 pertiche, il Cereto di 9 pertiche, e altra vicina di 10 pertiche, per un totale di 23 piò, dai quali si può ricavare, sempre per la parte padronale e non avendo subito danni per eventi atmosferici: “una soma e mezzo di frumento, una di segale, una e mezza di minuto, mezza di legumi, e un carro di vino.”

Nella dichiarazione vengono quindi elencati i crediti ed i debiti. Fra questi ultimi spicca un giro di denaro utilizzato per ricomprare i beni, che erano stati confiscati al sig. Filippo al tempo in cui fu bandito.

Interessanti sono i dettagli sui debiti verso gli speziali (scudi 60) per medicinali consumati negli anni della peste, le spese per il salario di mezzo scudo al mese al maestro che insegna ai fratelli Camillo e Ferrate, i costi per il mantenimento dei due cavalli (scudi 30 ciascuno all’anno), e per gli utensili per l’agricoltura (scudi 15).

Francesco Ghidotti