UNA PROFESSIONE AL FEMMINILE: LA LEVATRICE

pubblicato il: 26 gennaio 2007
da: La Voce di Palazzolo

 

“Che cosa vediamo per prima cosa, quando veniamo alla luce?

Molto probabilmente la nostra levatrice! E non è una coincidenza!

Le levatrici sono quelle donne sagge (in francese si dice appunto sage femme) che fin dai tempi antichi sono lì ad accogliere ogni anima che sia pronta ad affidare nuovamente sé stessa e il proprio corpo alla vita sulla terra.”

Mi sembra una bella introduzione al tema: allevatrici. Professione oggi non più solo femminile, ma per secoli riservata alle donne.

Nelle famiglie, dove quasi ogni anno nasceva un figlio, la levatrice era di casa. A Palazzolo, dove ogni famiglia aveva in media cinque figli, in un anno c’erano almeno cento nascite, la professione della levatrice rivestiva un ruolo importante.

Nei documenti delle visite dei vescovi bresciani alla nostra parrocchia, è annotato che il visitatore interroga le levatrici per accertare che sappiano le formule del battesimo e quindi rilascia loro un attestato d’approvazione ad esercitare la professione.

Negli atti di battesimo, conservati nell’archivio parrocchiale, compare il nome della “comadre”, soprattutto nei casi in cui questo sacramento è amministrato dalla levatrice per incombente pericolo di morte del neonato.

Il comune pagava tre “ostetriche pubbliche”, una per quadra, ma operavano in paese anche quelle private.

Scorrendo i documenti sopra citati si può scrivere delle allevatrici palazzolesi.

Nella visita pastorale del 1670 sono citate quattro ostetriche: Olimpia Gandini, Margherita di Marchi, Caterina Redoglio e Lucia Armanni. In realtà quest’ultima si chiama Chiari Lucia Caterina ed è moglie di Comino Armanni nato nel 1616. Si erano sposati nel 1638 e avevano avuto ben 12 figli. La levatrice aveva quindi un’esperienza diretta di come si mettevano al mondo i figlioli. La figlia Caterina, nata nel 1656, fa la levatrice come la madre. Si era maritata nel 1677 con Gio. Giacomo Signoroni e nell’arco di 17 anni aveva avuto otto figli. Nella visita del 1684 è citata insieme alla madre Lucia fra le ostetriche pubbliche. È indicata anche nei documenti degli anni 1693, 1703 e 1709. Non compare più in quelli del 1737.

Nel 1684 oltre alle due Armanni, madre e figlia, troviamo Caterina Spadazina, che è Caterina Fapanni, maritata nel 1678 con mastro Domenico Spadaccino di Mura, da cui aveva avuto sei figli. Nel 1693 all’Armanni e alla Spadazina, si è aggiunta un’altra Caterina, moglie di Giuseppe Fornaletti.

Nel 1703 il numero delle allevatrici è salito a cinque: alle tre precedenti si sono aggiunte Marta e Maria Redoglio. Marta, di Domenico, nata nel 1642 è moglie di Gio. Maria Olivini ed ha sette figli, Maria, di Paolo, nata nel 1646 è maritata con Pietro Metelli ed ha anche lei sette figli.

Nella visita del 1709 sono elencate la Armanni, la Spadazina e Caterina Fornaletti, probabilmente quelle “pubbliche.” Così nel 1737 Caterina Milani, Maddalena Fusari e Cattarina Orlanda. La Milani, di Giuseppe, nata nel 1700, sposa nel 1726 Cristoforo Marzoli di Gio. Battista ed ha quattro figli, muore a 78 anni. Maddalena è una Masneri, figlia di Francesco, nata nel 1690 e sposata con Giuseppe Folzadri. Rimasta vedova si era risposata con Gio. Battista Fusari di Almenno, filatogliere, muore a 80 anni. Caterina Orlandi è in realtà una Belotti di Nicola, detto appunto Orlandì, maritata nel 1680 con Giovanni Armanelli di Erbusco.

Nella visita del 1782 le ostetriche indicate sono Anna Fusari, Paola Filippina e Faustinelli Caterina. La Fusari, di Ottavio, nasce nel 1728, maritata con Giuseppe Giori, è sorella di don Nicola Fusari.

Un palazzolese scrive un manuale per le levatrici. È Orazio Valota di Cristoforo, nasce nel 1741, nel 1773 sposa Lelia Cattani da cui ha sette figli. È medico e specializzato in ostetricia. Forse fu spinto a scegliere questa specialità dal fatto che perse in tenera età tutti i suoi figli.

Egli diede alle stampe La levatrice moderna, che ebbe più edizioni. Prima di questo, solo tre erano stati i libri sull’argomento. L’opera servì come falsariga per altri studiosi, come il chirurgo Chiappani. I professori Moscati e Palletta scrissero che: “siamo stati soddisfatti delle dottrine ivi contenute, del modo facile e preciso con cui siano state esposte e delle utilissime aggiunte moderne, fra le quali hanno luogo le molte riflessioni e modificazioni fatte a vari precetti e meccanismi dei più valenti autori d’ostetricia.”

Leggendo in questi giorni il libro di T. Terzani mi sono trovato queste righe che trascrivo a chiusura di questa nota.

“Sono nato in casa, come usava fare a quei tempi. Non ricordo come sono nato io, ma alcuni anni dopo vidi più o meno come nacque mio cugino e credo che anch’io sono nato così. Era stupendo! Venivano tutte le donne della famiglia. Mia madre me la immagino nel letto matrimoniale, dov’è poi anche morta e mi ha fatto lì. Le donne bollivano dei fiaschi spagliati, una cosa che mi ha sempre colpito; si toglieva la paglia al fiasco di vino e si bolliva a bagnomaria l’acqua del rubinetto che, bollita, diventava distillata. Con questa il neonato era lavato. Sono nato così, semplicemente. C’era una levatrice, credo.”

 

Francesco Ghidotti