SACERDOTI PALAZZOLESI NEL RISORGIMENTO

pubblicato il: 01 aprile 2011
da: Il giornale della Comunità

  1. Fappani nel suo studio su mons. Bissolotti scriveva che a Palazzolo la vivace polemica fra preti liberali ed intransigenti, molto diffusa nel Bresciano, non venne nemmeno avvertita. Ma ancor più singolare fu l’abbinamento del sentimento nazionale e civico con quello religioso.

Il 2 giugno 1861, quando altrove le divisioni e le polemiche che erano vive, celebrandosi la proclamazione del Regno d’Italia, tutte le cerimonie programmate furono accompagnate da Messe in canto. In agosto poi, dopo una riunione con l’autorità religiosa, il consiglio comunale deliberava di celebrare nei giorni 27 e 28 ottobre due grandi feste. La prima dedicata al Santo Crocefisso, collocato per l’occasione sopra l’altar maggiore, la seconda dedicata alla Vergine, sia per sciogliere un voto fatto nel 1855 per ottenere la fine del colera, che per la cacciata dell’austriaco avvenuta nel 1859, e infine per scongiurare la siccità dell’estate appena trascorsa.

Rispetto al clima generale di quel tempo, sembra addirittura incredibile il manifesto fatto affiggere dal Municipio il 2 febbraio 1862, col quale si invitavano i Palazzolesi, a recarsi a votare, sabato 15 febbraio, la seguente scheda: “Viva Pio IX supremo capo visibile della Chiesa- Viva Vittorio Emanuele Re e Roma capitale d’Italia- L’Italia è degli Italiani”. Questo semplice atto voleva essere la testimonianza plebiscitaria dei Palazzolesi verso il Capo della Chiesa, verso il Re d’Italia e contro l’intervento straniero nelle cose nostre, soprattutto riguardo alla questione di Roma.

 

Don Giovanni Meloni.

Il 25 marzo 1849, domenica dell’Annunciazione, salendo sul pulpito, iniziò la predica così:

”È col cuore angosciato che oggi parlo a voi, miei cari concittadini, nel mentre nella nostra Brescia ferve la rivolta e dove tanti nostri fratelli faranno sacrificio della loro vita; pregate, o cari, affinché Dio conceda alla nostra cara Italia pace e libertà. Figlioli, bisogna aiutarli!”

Infatti si fecero aventi 18 Palazzolesi per recarsi a Brescia,

L’autorità austriaca, informata dell’episodio chiamò a sé il sacerdote patriota e lo redarguì e lo intimorì in così malo modo che lui stesso confessava più tardi d’ aver provato in quel momento il più grande dispiacere della sua vita.

Vale ricordare come fra i volontari palazzolesi delle X giornate si distinse, nella squadra dei “becher de Bressa”, Vincenzo Tinti.

 

Don Luigi Consoli.

Nel giugno 1859, mentre gli Austriaci cominciavano a ritirarsi verso Brescia, si arrampica sul tetto della parrocchiale per assicurare alle braccia di San Fedele, che sovrasta la facciata del tempio, una grande bandiera di tre colori andandosene poi ad incontrare Garibaldi che giungeva da Martinengo, portando seco le chiavi della chiesa per il timore che qualcuno salisse a toccare l’emblema nazionale. Nel 1859 aprì il Collegio Peroni, di cui era direttore, per dare assistenza ai feriti della battaglia di S. Martino e Solferino, trasformando il collegio in ospedale. Nel 1866 mandò a casa gli alunni e sospese le lezioni per avere locali liberi per accogliervi numerosi garibaldini, feriti sulle rive del Garda. Insieme al Consoli, si prodigarono i due fratelli sacerdoti Elena.

 

Don Luigi Schivardi.

Fu amico e condiscepolo di Tito Speri e negli anni 1848-49, si ritrova fra i seminaristi più turbolenti che inneggiavano a Pio IX e al Re del Piemonte. Seminario che per quei moti venne momentaneamente chiuso e lo Schivardi vi perse un anno di studi.

Rettore di San Giovanni a Mura, l’11 giugno 1859, dopo aver esposto la bandiera tricolore sull’angolo più alto della rettoria, si unì al clero palazzolese che salutò Garibaldi, quando fece sosta a Palazzolo. Spiccava sulla sua veste nera la coccarda tricolore. Nel 1866 accolse nei locali della rettoria e provvide a proprie spese alla cura e mantenimento dei garibaldini reduci da Treponti, Montesuello e Bezzecca. Due di essi vi rimasero per più d’un mese. In quest’opera patriottica fu coadiuvato, con encomiabile zelo dalle donne di Mura.

 

Don Giacomo Cicogna.

Campagna 1866.

Giacomo Cicogna si arruola nel reggimento bersaglieri garibaldini. Risoluto corre a deporre l’abito da prete per presentarsi, schivando lo scherno, all’arruolamento e via, con ansia, in camicia rossa, a raggiungere il Tirolo. Terminata la campagna incomincia per lui una serie di fatti dolorosi.

Mons. Vescovo Verzeri a mezzo dell’inflessibile don Carminati, lo chiama a firmare una ritrattazione dei suoi pensieri espressi, essendo un aderente alle idee dell’abate Passaglia. Subisce 40 giorni d’inflitti esercizi. Si sospende dalla messa. Egli pubblica allora una lettera aperta diretta al Vescovo dove, in forma riverente, domandava a monsignore, dove mai, scorrendo la Bibbia ed il Vangelo di Cristo, era inibito l’amore di patria.

La curia si persuase a reintegrarlo, per interposizione di buone persone, nell’esercizio sacerdotale. Il pubblico lo ammirò e lo amò sempre per le sue virtù di prete coscienzioso e integerrimo e chi lo ha conosciuto lo ricorda con sentimento di vero rimpianto.

 

Don Giovanni Fiorini.

Compiuti gli studi in seminario, è ordinato il 15 giugno 1859, appena in tempo per assistere i feriti della battaglia di Solferino e S. Martino. Coadiutore e vicario parrocchiale a Concesio, fu intimo della famiglia Montini, toccò a lui il 30 settembre 1897 battezzare il piccolo Giovanni Battista, poi Papa Paolo VI. Arciprete e vicario foraneo ad Inzino (1868) ritorna poi a Concesio come arciprete e vicario foraneo (1871-1898). Nel 1898 rinunciava alla parrocchia per assumere l’ufficio di direttore spirituale nel manicomio provinciale, dove esercita con pazienza e carità ammirevole un ministero particolarmente difficile, continuando con assiduità i suoi studi. Il primo novembre 1911 gli viene proposto il canonicato del Duomo, ma egli non accetta la nomina. Investito da un’automobile nel novembre 1913, fu ricoverato all’Ospedale dei Fatebenefratelli dove morì.

Francesco Ghidotti