PARLANO I SANTI DELLA TORRE

pubblicato il: 20 dicembre 2014
da: Il Giornale della Comunità

 

1– Mi aggiravo nei pressi del Castello, oggi, primo novembre, festa di tutti i Santi. Nel silenzio di questo bel mattino, mi parve di udire la voce di san Fedele che, dall’alto della Torre, si rivolgeva agli altri Santi che, come lui, da quasi 200 anni sono sulla torre.

Anche se indistintamente, perché la sua parlata era quella dei santi, mi parve di capire che li invitava a fare festa, quella “festa” che oggi tutti i santi del cielo fanno davanti al Padreterno.

I colleghi, così mi permetto di chiamarli senza mancare loro di rispetto, che ornano la prima balconata e sono: Fermo, Giovanni il Battista, Maria Maddalena, Paolo, Pietro, Rocco, Rustico, Sebastiano, hanno un segno di assenso.

Continuo a seguire questo scambio fra santi.

Chiede la parola Pietro, che come ha voluto Gesù, è la pietra angolare sulla quale si regge la chiesa. La sua prima domanda riguarda la loro vicenda personale. Lui sa che tutti sono martiri, ad esclusione di Rocco e Maria Maddalena. Va più a fondo e vuole sapere chi di loro ha avuto una chiesa, grande o piccola, a Palazzolo: Fedele una cappella addossata alla vecchia pieve, Giovanni Battista il battistero, accostato alla facciata della stessa, la Maddalena una chiesa distrutta nel 1754 per far posto alla nuova parrocchiale, Pietro stesso la chiesa sulla strada per Telgate, Rocco sulla strada per Chiari, Sebastiano a Mura.

2– Ora Fedele, che per primo ha preso posto sulla cupola nel 1826, li sollecita a riferire ciò che vedono dalle loro posizioni. Lui, che può vedere solo verso ovest, è pronto a ricordare come nel 1838 i Palazzolesi, in occasione del passaggio dell’imperatore Ferdinando I, avessero preso solennemente l’impegno a completare la nuova parrocchiale con la facciata, ancora mancante. “Tutti voi avete potuto constatare che l’opera fu terminata dieci anni dopo.”

La Maddalena, poiché la sua statua è sulla facciata della nuova parrocchiale e guarda verso est, vuole fare una precisazione: “Si parli di fatti accaduti dal 1832 in avanti, cioè da quando sono sulla balconata, e noti a tutti, indipendentemente da dove essi volgono lo sguardo.”

3– Tutti vogliono intervenire, tanti sono gli eventi a cui hanno assistito. Sebastiano li precede nel ricordare la triste notte del febbraio 1893 quando la cupola s’incendiò e le fiamme avvolsero poi la statua di Fedele, allora di legno, che cadde a pezzi nella seriola sottostante, danneggiando la statua di Pietro. “Mi sembrò che dalla via sottostante salisse il brusìo di una folla che, di fronte alla Torre mutilata, invocasse l’aiuto dei Santi per scuotere le coscienze dei Palazzolesi e invitarli a porre mano per ricostruire la cupola e innalzare una nuova statua di Fedele.”

4- Sono trascorsi tre anni e nel maggio 1896, l’opera era compiuta. La nuova cupola questa volta è in muratura. San Fedele, alto quasi sette metri, modellato dallo scultore Antonio Ricci, realizzato a Milano in rame col sistema della galvanoplastica, è al riparo da altri possibili incendi. Non a evitare che nel 1944 alcuni colpi di mitraglia ne forassero un piede.

5– A sentir parlare di colpi di mitraglia, Rocco, che volge lo sguardo verso gli edifici del grande stabilimento Marzoli, racconta di operai, che al suono della sirena, collocata al piano delle campane, correvano verso l’imbocco dei sotterranei del castello per ripararsi dai bombardamenti aerei. Lo conferma anche Sebastiano che dal suo piedistallo ha visto cadere le bombe sopra il ponte della ferrovia.

6– Oggi è il due novembre, l’orologio segna le nove. Attendo i nove colpi della campana. Il suono arriva e si diffonde sul paese ancora assonnato. Paolo aggiunge, con sgomento, il ricordo del primo settembre 1943 quando per l’ultima volta si udirono le campane della torre: ”Ho visto degli operai che, servendosi di un argano e lunghe corde, calavano la prima, la seconda e la terza delle cinque campane.” Il giorno dopo fu il turno del campanone. Era rimasta solo la quarta, levata nel febbraio 1946. Fermo parla del felice giorno del maggio di quell’anno quando furono issate, non più cinque, ma dodici campane che suonarono a festa.

I Santi sono presi da grande gioia, e se non fosse perché sono di pietra e ancorati al basamento, si sarebbero messi a ballare. Loro, che non potendo vedere l’orologio, attendono i rintocchi dei sacri bronzi per contare le ore dall’alba al tramonto.

7– Fedele, che gode di uno straordinario panorama del fiume Oglio, ricorda i giorni tristi in cui le campane suonarono a martello per chiamare tutti a soccorso degli abitanti della piazza, invasa dalle acque del fiume. Più volte è accaduto in questi due secoli, fino al giugno 1997, quando l’acqua raggiunse l’altezza massima. Pietro, con la solita calma, prende le mosse dall’anno in cui fu collocato sul suo basamento per ricordare che allora i Palazzolesi erano circa 3.500 e oggi hanno superato i 20.000, sei volte di più.

8– La Maddalena vuole raccontare ai colleghi i giorni delle grandi feste dell’anno 1949, per la venuta della Madonna Pellegrina. “Da qui, dice, si godeva, soprattutto di sera, uno spettacolo straordinario di luce.” E poi le processioni del Corpus Domini. Fedele la interrompe per ricordare quelle del 14 maggio, che attraversavano le quadre di Mura, Piazza e Riva e in cui si portavano a spalla le preziose urne colle reliquie del suo corpo.

9“Da quattro anni, racconta Rocco, stavamo sulla balconata, quando la terra di Palazzolo fu colpita dal colera morbus. Io me ne intendo di epidemie e ho capito la paura che si era diffusa fra la gente. Dall’aprile al settembre del 1836 furono 140 i morti per il “feral morbo.” Il male ricomparve nel 1849, nel 1855 (con 125 morti) e nel 1867 con altri 141. Così come era arrivato scomparve. Poi fino alla famosa “spagnola” del secolo XIX, il paese non patì per altre malattie contagiose.” La Maddalena invita i Santi a guardare verso la periferia sud del paese, dove ora svetta il campanile del Santuario e racconta una storia affascinante: “Don Bettinelli, canonico dal 1834, è arciprete da due anni e ha vissuto le varie fasi dell’epidemia. Dopo quella del 1855, raccoglie nella sua casa di Mura le fanciulle rimaste “orfane” e assicura loro che avranno una nuova famiglia. Chiama la giovane maestra Caterina Giorni e a lei affida la conduzione di quello che sarà il “conventino.” Don Cremona nel 1883 va in pellegrinaggio a Lourdes e, diventato parroco due anni dopo, mette in atto la sua idea: edificare a Palazzolo un santuario sul modello di quello lourdiano. Acquista un terreno vicino al conventino, chiama a progettarlo Attilio Palvis di Genova, conosciuto durante il pellegrinaggio. Il 20 ottobre 1888, la nuova chiesa è consacrata. Nella sua opera instancabile, nel 1895 accanto alla chiesa apre un Ricovero per i vecchi operai. Si va consolidando la cittadella della carità. Gli anziani e le fanciulle, avranno accesso direttamente alla nuova chiesa che nel 1902 viene completata con due navate laterali, il coro e la grotta colla statua della Vergine.”

10“Sotto i nostri piedi, interviene Rustico, c’era l’antica chiesa di San Francesco, detta anche la Disciplina. Dopo essere stata adattata a caserma, nel 1869 subì l’ultima trasformazione. Fu ceduta per diventare un Teatro. Prima però fu abbattuto il campanile, innalzato nel 1712. Noi udivamo suoni e canti di una musica nuova per le nostre orecchie, abituate alle melodie celesti. In certe ricorrenze, molta animazione intorno a questo luogo e certo non per pregare come un tempo.”

11“Non possiamo – dice Paolo – vedere la balconata, solo udire i discorsi di coloro che vi camminano. Parlano sottovoce del nuovo camposanto, che è vicino alla chiesetta della Madonna di San Pietro. Da più di cinquant’anni nel vecchio non si inumano i defunti. Anche le lapidi, con stemmi e scritte in latino che i passanti leggevano riconoscendovi i loro antenati, sono state tolte. Nel 1867, mi pare, un mesto corteo, aperto da dodici carri listati a lutto, accompagna al nuovo cimitero i resti dei defunti. Mi commuove questo Requiem di una comunità che, dopo tanti secoli, rimuove la terra nella quale hanno riposato tante generazioni.”

12– Fedele tiene in mano una lancia sulla quale oggi, 4 novembre, sventola la bandiera tricolore. Il santo ricorda il 1859: “Dopo la vittoria a San Martino e Solferino, don Consoli stese tra le mie braccia il tricolore.” Atto non sempre gradito al clero locale, che protestava nel 1896 perché il 20 settembre, data che ricordava la presa di Roma e la fine dello stato della chiesa, si sventolava il tricolore e in piazza si suonava la marcia reale. Più vicino a noi, nell’anniversario della Marcia su Roma, la carrucola posta sulla punta della lancia si era rotta, si ricorse a un fabbro di Mura e il 28 ottobre la bandiera era di nuovo inalberata. Alla fine della seconda guerra mondiale e dopo la liberazione, sulla stretta balaustrata ai piedi della statua, furono accesi dei bengala e finì in tragedia, con un fanciullo morto e altre persone con scottature.” Fedele termina le sue memorie colla serata dei fuochi d’artificio accesi dai Muraschi per la sagra di san Gerolamo.

13– Sebastiano è felice di poter richiamare alla memoria di tutti la fortunata circostanza di quando don Tedoldi, dopo il catechismo nella pieve, conduceva i ragazzi alle fosse che circondano il castello “destinate al sollazzo dei ragazzi.” “Essi correvano, giocavano liberamente. Non c’era domenica che non fosse allietata dalle grida dei bambini dell’oratorio.”

Nel 1860 il “ricreatorio” venne spostato nei locali della rettoria di Mura, vicino alla chiesa di San Giovanni, dove don Schivardi tenne aperto il suo oratorio. Anche qui lo spazio divenne insufficiente. Palazzolo alla fine dell’ottocento contava 7.000 abitanti. Con l’acquisto di un terreno adiacente la chiesa di San Sebastiano, nel 1894 l’oratorio ebbe la sua sede che è ancora lì. “Ci mancano tanto quelle domeniche!” esclama il santo.

14– Paolo con solennità richiama alla realtà i Santi. “Cari, dice, sta per finire il secolo XX°. Anche Palazzolo sta cambiando. Lungo il ramo del fiume, al posto dei vecchi mulini, vedo dei nuovi fabbricati per un cotonificio. La forza del salto d’acqua muoverà le macchine della fabbrica. Di sera, sull’ingresso della fabbrica, continua Paolo, splende una luce, per tutta la

Notte. Non è la solita lanterna accesa dal lampionaio. Ci sono dei fili appesi a dei pali che portano la luce nelle strade vicine. Anche la Piazza è illuminata da queste nuove lucerne che hanno soppiantato le vecchie. Palazzolo ha la luce elettrica.” “È il progresso!”, esclama il Battista. “E siamo appena all’inizio del secolo.” “Dalle campagne e dai paesi vicini, vedo frotte di fanciulle, a piedi e con gli zoccoli in mano, che entrano nei laboratori dove, dalle “galette” traggono un filo lucente, di seta. Vi soggiornano da lunedì a sabato. Sembrano in convento. I loro genitori, contadini, hanno allevato i bachi e ora queste donne portano in casa la paga.”

15– Il Battista esprime a voce alta la sua meraviglia nel veder spuntare dagli opifici dei camini sempre più alti. “Un tempo, dice, erano i camini delle case che soprattutto nei mesi freddi, disperdevano nell’aria i fumi dei focolari. Cambiavano colore a seconda del materiale che alimentava il fuoco. Ora da queste “caminiere” lo sbuffo di fumo continua a uscire per tutto l’anno. Il panorama, che sta davanti a noi, si è arricchito di “campanili” senza campane, al servizio delle fabbriche sempre più numerose.” Pietro pensa ad alta voce: “Siamo passati dall’energia che viene dai salti d’acqua, a quella prodotta dal vapore. Il fuoco di una caldaia, alimentata dal carbone, trasforma l’acqua in vapore che, compresso, muove gli stantuffi di una locomotiva. Non a caso, questa forza si misura in cavalli-vapore. L’avete vista anche voi il 12 ottobre 1857 una di queste “macchine” transitare sul ponte fra le Calcine e il Cividino: trainava lungo la strada ferrata le prime vetture coi passeggeri. Poi altri convogli carichi di merci di ogni tipo. E tutti seguivano degli orari prestabiliti. Il luogo d’incrocio dei convogli è la stazione di Palazzolo. Durante le soste il fumo dalle locomotive sale al cielo, come quello delle “ciminiere.” Anche le truppe sono avviate a San Martino e Solferino col treno. E i feriti sono giunti a Palazzolo con lo stesso mezzo. Vittorio Emanuele, primo re d’Italia e Garibaldi sono transitati dalla stazione. E la gente è accorsa per salutarli.”

16– La Maddalena si domanda dove sono finiti i banchi del mercato. “Prima si trovavano lungo i portici della piazza detta appunto “del mercato.” Cresciuti i Palazzolesi e gli abitanti dei paesi confinanti, che arrivano qui il mercoledì per gli acquisti, i banchi si sono spostati all’aperto in piazza e nella “diretta.” Presumo che saranno necessari altri spostamenti in spazi sempre più ampi.”

17– I Santi si passano la parola. Tutti si sono accorti che sulla sponda del fiume, verso Mura, chiamata le Rive del Cividino, sono avvenute profonde trasformazioni. I terrazzi che degradavano verso il fiume Oglio, si vanno riempiendo di fabbricati. Da San Giovanni al ponte ferroviario i terreni sono urbanizzati. Ai primi del Novecento vi si installa un bottonificio, nel

1909 inizia la costruzione del palazzo scolastico per i fanciulli che sempre più numerosi vanno a scuola. Per arrivarci bisogna superare il Ponte romano, risalire verso la piazzetta di Mura. Manca un collegamento diretto fra la piazza e la nuova scuola. Si inventa un “ponte” senza i piloni di sostegno: una passerella, che permette di arrivare direttamente alla scuola, seguendo una stretta strada che costeggia il fiume, protetta da semplici palizzate. Una situazione a cui si pone rimedio inventando un “lungo Oglio” che arriva ai piedi delle scuole e si congiunge col ponte romano. Nel 1938 tutto il viale è completato. Vi si trasferirà il mercato, sarà costruita la latteria, più recentemente, demolita parte delle vecchie mura, si ricuperano degli spazi per la Casa del Giovane e del grande teatro. Troverà sede persino la Fiera del Progresso. Al termine del viale un moderno edificio ospiterà la Colonia elioterapica per i ragazzi. Col nuovo ponte ora è un’arteria percorsa dalle automobili.

18“Noi che da duecento anni osserviamo Palazzolo, possiamo dire che è così esteso che anche da qui, non riusciamo ad abbracciarlo completamente. Inoltre dal 1962 si è unita la terra di San Pancrazio e attorno alle nuove parrocchie sono cresciuti altrettanti centri di vita. Si è concretizzato un cambiamento epocale.”

19“Alla fine dei lavori della costruzione della torre, siamo stati fissati sui nostri piedistalli. Sono passati quasi due secoli. Da allora abbiamo conversato su ciò che è passato davanti ai nostri occhi. Di questo monumento, del quale siamo parte e ne orniamo la base, ne abbiamo sentito raccontare la “storia” qualche tempo fa. Una sera del giugno 2013 nella piazzetta alle nostre spalle, un gruppo di attori palazzolesi ha raccontato la storia della costruzione della Torre del Popolo. E molta gente li ha applauditi. La nostra curiosità è stata soddisfatta. Noi li abbiamo ascoltati con piacere. In cuor nostro li abbiamo ringraziati.”

“Quel racconto storico-teatrale non lo dimenticherò”, sussurra Rocco.

“Il finale lo ricordo, dice: È uno di quei giorni ventosi, limpidi. La luce rossa e bassa del tramonto illumina Palazzolo da ovest. In fondo la linea familiare delle montagne, il Bronzone e il Guglielmo. Il fiume è blu intenso, circondato dal verde degli alberi che si vanno facendo più scuri. A sinistra la Rocchetta, baciata dalla luce. Si intravede la cupola della parrocchiale e dietro due ciminiere. A destra dell’inquadratura, slanciata, solida, orgogliosa, rosa più rosa che mai, la torre. Che sembra vegliare su Palazzolo. Sto lì. Guardo, come ipnotizzato. L’acqua scorre lenta, riflettendo qualche nuvola. È un momento d’incanto. Mi si apre il cuore. Allora penso che non c’è un altro posto che potrei chiamare: casa.” Tutti i Santi applaudono.

20“Ma i Palazzolesi si accorgono di noi? Salgono sulla torre e, quasi, non ci degnano di uno sguardo. Siamo degli illustri sconosciuti. Cari amici, voi che correte veloci sulle vostre automobili, trovate il tempo per parlare con noi. Oltre a ciò che avete letto in queste pagine, abbiamo ancora tante cose da raccontarvi. Fermatevi ed ascoltateci. Saremo qui ancora quando altre generazioni seguiranno la vostra. Noi anticipiamo l’eternità.” – Ultime parole – “Davanti ai nostri occhi sono sorte albe meravigliose e calati tramonti da togliere il fiato. Le stagioni si sono alternate per quasi duecento anni. Noi abbiamo gioito e ci siamo commossi come i Palazzolesi, che qui ci hanno posti a loro protezione e per i quali oggi dal cielo, come stelle luminose, continuiamo a indicare loro il cammino. Siamo lì e li aspettiamo tutti per l’eternità, nella quale noi siamo entrati già da secoli.”

I Santi della Torre di Palazzolo nell’anno del Signore 2014.

 

Francesco Ghidotti