PALAZZOLO E IL RISORGIMENTO

pubblicato il: 01 settembre 2011
da: Memorie illustri di Palazzolo sull’Oglio

Premessa.

Una mia scelta è stata quella di non riproporre testi già noti, ma suggerire temi scaturiti da nuove indagini e dalla recente consultazione dell’Archivio comunale. Per non lasciare soli questi nuovi argomenti, riassumo brevemente quelli già trattati in precedenti studi. Nel luglio 1907, viene stampato un numero unico Onoranze a G. Garibaldi in Palazzolo sull’Oglio. È il centenario della nascita dell’Eroe dei due mondi ed un Comitato fissa per il 28 luglio una giornata di festeggiamenti. Si inaugura anche la lapide, collocata sulla facciata del vecchio Palazzo Comunale, ed il Rampana cura il numero unico dove racconta di Garibaldi a Palazzolo l’11 giugno 1859 e ricorda alcune figure di “umili Palazzolesi che vengono a formare come un meraviglioso mosaico di eroici fatti, che formano la storia nell’insieme.” In un altro numero unico del giugno 1918 si rispolverano gli eventi del 1859. Per ricordare il 1° centenario della morte di Garibaldi e la Seconda guerra d’Indipendenza, questa rivista ha raccolto, nel numero 2/3 del 1982 e 2 del 1983, note di Franco Chiappa e C. Angelo Boselli. Anche dagli scritti di Innocente Mainetti, Colombo Svanetti, Gino Giudici e Giacinto Lanfranchi emergono persone e moti del Risorgimento. Infine la Voce di Palazzolo ha pubblicato dall’ aprile 1961 al febbraio 1962, miei articoli sulle vicende della seconda metà dell’800.

5

Scriveva il garibaldino Luciano Bianciardi: “Lo hanno tradito, dimezzato, imbalsamato con la retorica e infangato, dimenticato. Resta il fatto che quelli del Risorgimento non furono anni tristi, men che mai noiosi; anzi non ci sono nella nostra storia episodi più eroicamente festosi, concitati, coloriti, persino un poco matti, di quelli che vedremo tra poco: lo sciopero del fumo, la conquista di Porta Tosa, l’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto, la beffa di Corleone paiono immaginati da un umorista di acuta fantasia. E proprio la fantasia giovò molto a vincere parecchie di quelle battaglie, specialmente quando furono battaglie popolari e popolane”.

Prima lapide

6

Due ritratti, due ingrandimenti, davanti al tavolo delle autorità, nel pomeriggio del 17 marzo 2011, giorno della celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia, facevano bella mostra: il ritratto ad olio su tela di Giovanni Battista Rampana, eseguito da A. Rossi, ed una fotografia di Giovanni Pietro Maggi. Ho insistito che vi fossero esposti perché i Palazzolesi presenti nell’Auditorium, ed erano moltissimi, avessero davanti le immagini di due volontari garibaldini, che rappresentano emblematicamente tutti gli oltre centocinquanta Palazzolesi che hanno preso parte attiva alle campagne risorgimentali. Entrambi della classe 1841: Rampana nato a Palazzolo il 17 giugno, Maggi a Treviglio il 2 novembre. La fotografia del Maggi è opera del Rampana, che l’aveva completata con un ramo di alloro con le date ed i luoghi delle campagne a cui il Maggi aveva partecipato. È certo quindi che i due si siano conosciuti ed incontrati, non sul campo di battaglia, ma nello studio del fotografo Rampana. Sì, perché mentre il Maggi era coi Mille di Garibaldi allo scontro di Calatafimi del 15 maggio, il Rampana era coi prodi di Bronzetti a Castel Morone il 2 ottobre. Maggi muore il 27 marzo 1898 a 57 anni, Rampana a 69 il 25 marzo 1911. Apro con le storie di questi due garibaldini, il mio racconto su Palazzolo e il Risorgimento.

7

Giovani Battista Rampana garibaldino (Palazzolo, 17 giugno 1841 – 25 marzo 1911).

Innocente Mainetti, alunno del Rampana nella scuola di disegno, davanti al feretro del suo maestro, ricorda: “…Mi narravi del tuo passato di combattente per la libertà d’Italia; ringiovanivi come allorquando a diciassette anni, rispondendo all’appello che il divo Garibaldi rivolgeva alla gioventù italiana, onde riunire altri volontari per continuare la liberazione del napoletano soggetto ancora al borbone, sei accorso giovane, bello, forte, entusiasta; te ne partisti con la benedizione dei tuoi e conoscesti allora da vicino colui che ancor oggi fa fremere noi d’amor patrio nel ricordarlo, e combattesti con lui. Fosti uno di quel pugno di prodi che a Castel Morone il 1° ottobre 1860, fra i ruderi di una chiesa, seppe tener testa a migliaia di Borbonici, finché rimasti in cinque foste attorniati e fatti prigionieri. Era la tua gloria, il tuo orgoglio quel fatto d’arme, caro maestro, e merita qui ricordarlo. Ridato a libertà, ritornavi a casa; a vent’anni, chiamato dalla leva militare entravi nell’esercito regolare nel corpo dei Bersaglieri, e vi combattevi la campagna del ’66 e in poco tempo con l’intelligenza e col suo valore ti seppi guadagnare le spalline d’ufficiale e la medaglia d’argento …. Una settimana fa mi raccontavi lieto che volevi andare a Biella a ricevervi le ossa, finalmente ritornate in Patria dalla Crimea, del compianto generale Lamarmora, fondatore del corpo dei Bersaglieri…. Mentre ti preparavi, veterano delle patrie battaglie, a festeggiare il cinquantenario della proclamazione del regno d’Italia, la morte inesorabile ti colse repentinamente …” Nel numero unico del 1907 leggiamo “tra questi abbiamo il sig. G. Rampana che, volontario nel 1860, appartenne al battaglione ….

8

Bronzetti che tanto eroicamente combatté a Castel Morone guadagnandosi la medaglia al valor militare assegnatagli dal maggiore Mirri. Altri bresciani fecero parte di quell’eroica schiera che strappò l’ammirazione di Garibaldi. Nell’ordine del giorno 2 ottobre 1860 sta scritto che Bronzetti, emulo degno del fratello “alla testa d’un pugno di Cacciatori ripeteva uno di quei fatti che la storia porrà certamente accanto ai combattimenti di Leonida e dei Fabi. L’eroica difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi, ha impedito a un corpo di 7 mila borbonici che ci giungesse alle spalle ed è da attribuire a questa ostinata difesa la vittoria che riportammo sul Volturno il 1° ottobre”. È il Rampana che racconta l’impresa di cui fu partecipe e che immortalò coi suoi schizzi dal vero. Fra i quattro Palazzolesi, che frequentavano l’Accademia di Brera, a Milano, c’erano Giovanni e suo fratello Antonio. A 17 anni Giovanni, nato nel 1841, abbandona l’Accademia e si arruola volontario fra i garibaldini e partecipa, come abbiamo appreso dal suo racconto, alla campagna del 1860-61 nel 3° reggimento bersaglieri guadagnandosi la medaglia d‘argento al valor militare. Prende parte alla campagna del 1866, è presente alla breccia di Porta Pia a Roma il 20 settembre 1870, ed ottiene una menzione d’onore, nel ’71 è a Palermo. L’anno dopo, col grado di sergente, termina la sua ferma durata 12 anni. Nel 1878 sposa Natalina Masserini da cui ha tre figli. L’unico maschio, Araldo, nato nel 1879, morirà in combattimento a Verdun nel 1917. Accarezzò l’idea della fondazione di un istituto per gli orfani nel nostro paese, si fece promotore della scuola di disegno, di cui fu insegnante. Ebbe tra i suoi allievi anche P. Gentile Lanfranchi che lo ha ricordato nei suoi scritti. Muore a 69 anni il 25 marzo 1911, cento anni fa. Sulla sua lapide si legge: “Pittore geniale – superstite del glorioso Castel Morone – coltivò le idealità dell’arte, della Patria, dei più nobili affetti. Morì amato da tutti – adorato dai suoi”.

9

Uno dei Mille: Giovanni Pietro Maggi (2 novembre 1841 – 27 marzo 1898).

Oltre quella del Rampana, di immagini del garibaldino Maggi, se ne trova una seconda nella Storia di Bergamo, identica a quella conservata nell’Album dei ritratti dei Mille, di proprietà di Garibaldi, ora nel Museo Centrale del Risorgimento a Roma. Il nostro è ricordato anche nella lapide con i nomi dei Bergamaschi presenti nelle file dei Mille, oggi nel Museo del Risorgimento di Bergamo. Nel testo, che ricorda la spedizione in Polonia del 1863, fra i sei veterani dei Mille, compare un Giovanni Mazzi, ma è il nostro Maggi. Ingrandendo l’immagine del ritratto eseguito dal Rampana intorno al ramo di alloro, si possono leggere queste iscrizioni: Cacciatore delle Alpi, Marsala 1860, Ulcus (Russia) 1863, in Tirolo 1866. Sul petto del Maggi sono appuntate quattro medaglie.              

Il personaggio Giovanni Pietro Maggi.

Quando scoppia la seconda guerra d’Indipendenza, Giovanni, operaio meccanico, nato a Treviglio, si arruola nei volontari garibaldini. Ha diciotto anni e viene a trovarsi in una strana situazione: si vede recapitare la cartolina precetto con l’obbligo di presentarsi al distretto. Supplica il padre perché paghi un altro giovane a sostituirlo nell’esercito piemontese, così da poter continuare ad appartenere ai garibaldini bergamaschi, capitanati da Francesco Nullo, coi quali salpa da Quarto per Marsala dove sbarca l’11 maggio. Durante la traversata è nominato caporale della compagnia del Genio. Fa parte dell’ottava compagnia che a Calatafimi si copre di gloria e si merita la medaglia d’argento e la promozione sul campo al grado di sergente. Il 4 giugno è nella compagnia del Genio a Palermo.

10

Lascia il servizio l’11 gennaio 1861. E pervaso dall’idea garibaldina di essere pronti a combattere per la libertà di tutti i popoli, il 21 aprile 1863 parte per raggiungere il Nullo, organizzatore della spedizione in Polonia. L’appuntamento è per il 1° maggio a Cracovia. Il Maggi viene arrestato nell’Hotel Dresda di Cracovia il 29 e tradotto dalla polizia nelle carceri e condotto a Vienna. Non può quindi battersi contro i Russi a Olkusz, dove il 5 maggio è colpito a morte il Nullo. Per le insistenze di un’artista bergamasca, i prigionieri vengono trasferiti a Peschiera, strada verso la libertà. Romantica è la sua vicenda sentimentale con Adelaide Salvatoni, che aveva sposato a Bergamo nel 1864. Egli l’aveva convinta a fuggire dal collegio e a cavallo si era diretto verso Brescia, ma alle Bettole di Cavernago il cavallo si rifiutò di proseguire. A piedi i due innamorati proseguono per Palazzolo e prendono alloggio all’Albergo dell’Aquila Nera. Per farla breve si stabiliscono a Riva dove è arrivata la figlia Giuseppina. Allo scoppio della guerra nel 1866 il Maggi, sergente nella XIII° compagnia, III° battaglione, segue Garibaldi in Tirolo, fino al famoso “Obbedisco”. Gli viene assegnata una pensione per le ferite riportate nelle varie campagne. Racconta lo Svanetti che, quando in Piazza la banda teneva concerto, spiccavano in un angolo le camicie rosse dei nostri garibaldini che invocavano immancabilmente l’Inno di Garibaldi. Conservava con nobile fierezza l’attestato del Senato della città di Palermo, che gli aveva conferita la medaglia dei Mille di Marsala. Intervenne alla celebrazione del primo venticinquennio della spedizione. Giovanni muore a 57 anni nel 1898 e la moglie Adelaide nel 1917, poco dopo la rotta di Caporetto, addolorata nel veder partire il nipote Giovanni per il fronte ed il terrore del ritorno degli Austriaci.

11

Ricevimento dell’Imperatore d’Austria nel settembre 1838. 

Non capita solo oggi di vedere un’opera avviata per celebrare un evento, che non sia stata neppure iniziata alla data dell’evento. Così capitò anche per la facciata della nostra parrocchiale. Dopo tre anni dalla sua salita al trono, Ferdinando I aveva deciso di essere a Milano per ricevere il 6 settembre la corona reale del Lombardo-Veneto. Il Comune, a seguito della circolare del 22 maggio 1838, che annunciava il passaggio dell’imperatore d’Austria e Re del Lombardo-Veneto, deliberava la costruzione della facciata della nuova parrocchiale, ritenendola opera di pubblica utilità, a memoria a come espressione di omaggio al Re nella sua imminente visita ai territori del paese. Purtroppo intoppi di vario genere ritarderanno la realizzazione dell’opera, che sarà terminata dieci anni dopo, alla vigilia della primavera del Risorgimento Italiano. Il passaggio del Re a Palazzolo, accompagnato dalla moglie Maria Luisa di Savoia era previsto per il settembre. Il 13 agosto il Comune approvava il progetto delle opere necessarie che l’appaltatore Ponti si impegnava a fornire, cioè due archi trionfali, uno all’ingresso del paese, all’altezza della chiesa di San Sebastiano e l’altro all’uscita verso Santa Maria, una sala in Piazza Grande e l’innaffiamento del percorso stradale dal Fosso Bergamasco alla valle di Santa Maria, per circa 6000 metri. La spesa preventivata era di 1240 lire austriache. Il progetto redatto dall’ing. Luigi Omboni, prevedeva un arco al principio del paese situato alla chiesa di San Sebastiano in larghezza netta di m. 6 e due di altezza formato con basamento, lesenato, capitello, architrave e frontespizio in carta pitturata con travature di legno e coperto di tela damaschè. Altro simile all’uscita del paese, costo L. 160. Sala di riunione delle autorità onde complimentare S.M da costruirsi coprendo la strada intermedia alle case Locatelli-Ricci per la lunghezza di m. 17 e larghezza di m. 10. Altezza proporzionata, con arco anteriore, frontespizio, iscrizione, il tutto son sovraportine laterali, costruita con intelaiatura in legno e coperta da tele con damaschè laterali L. 600.

12

Innaffiamento di tutta la real strada da un estremo all’altro del territorio per m. 6000. Osservato che nella linea del Fosso Bergamasco per miglia due non esistono canali permanenti, l’acqua doveva esser attinta dall’Oglio. Levata inoltre dall’appaltatore la polvere dalla Real Strada L. 400. Direzione e sorveglianza dell’ingegnere e indennizzo per la presente stima L. 80, totale Lire austriache 1240. Poiché le opere non vennero eseguite come previsto, la valutazione fatta dopo la conclusione della visita, portò ad una sensibile riduzione delle spettanze dell’appaltatore che ricevette a saldo 850 lire.

Gioanì Scanziet e il suo Risorgimento.

Insieme a Francesco Colombi (classe 1825), Ermenegildo Foglia (1825) e Federico Svanetti (1824), c’era anche Gioanì Scanziet quando, nel marzo 1848 “divorati i settanta chilometri che li dividevano da Palazzolo, dopo quattro anni vedevano profilarsi nel cielo la loro Torre”. Per quattro anni, dal 1844 al 48 erano stati nel reggimento di fanteria austriaca di stanza a Graz, e presenti allo scontro di Pozzolengo contro i Piemontesi. Ai nostri toccò la ventura di essere coinvolti nei fatti della Prima guerra per l’Indipendenza, nei trionfi e nelle sconfitte. Tutto conclusosi colla “fatal Novara”. I dettagli di questa storia risorgimentale, furono raccontati da Federico Svanetti al figlio Colombo, e con precisione riassunti da Giacinto Lanfranchi, sulla Settimana Palazzolese del maggio 1948, nel centenario dell’altro “quarantotto”. Erano partiti in abiti borghesi, con marce quotidiane di trenta chilometri per raggiungere il loro reggimento a Graz , ma lo intercettano a Palmanova. Da qui passarono a Padova, Verona e Mantova. All’inizio del ’48 erano a Brescia. Fra i loro commilitoni c’erano altri Bresciani e Bergamaschi, sempre al comando dall’Haugwitz. Essi avevano la chiara sensazione che il loro “reggimento italiano” fosse pronto per le “nuove speranze della Patria”. A metà marzo, mentre il comandante austriaco era impegnato a trasferire tutto il corpo a Peschiera, città del quadrilatero, più di cento soldati di stanza a S. Eufemia, passano “armi e bagagli” al

13

servizio delle autorità bresciane. Il 23 marzo c’è la dichiarazione di guerra all’Austria ed il re Carlo Alberto, alla testa dei Piemontesi avanza verso il Garda. I nostri, appena avviene il contatto fra i belligeranti, si danno, come quasi tutto il loro reggimento, prigionieri ai Piemontesi. Il Re alla vista di tanti italiani dice loro: “Andate pure alle vostre case”. Eccoli divorare i settanta chilometri verso casa! Ma la loro libertà ha breve durata. Dopo la sconfitta di Custoza del 25 luglio, tornano fra noi gli Austriaci. I quattro disertori sono lesti nel salire i colli di Adrara. Allettati poi dalla promessa del perdono, si mettono in marcia per tornare al reggimento a Brescia. Avvertiti che rischiavano la fucilazione, ritornano sui loro passi. E comincia un lungo calvario. Fuggono in Valle Camonica; ad Edolo sono aiutati dal parroco don Vincenzo Omboni, palazzolese. Dopo quattro giorni, inizia la fuga verso la Svizzera. Scendono poi in Piemonte per arruolarsi nuovamente. Ma purtroppo li aspettava “la fatal Novara”, coll’abdicazione di re Carlo Alberto. Mentre i primi tre sono ricordati nei vari elenchi dei combattenti per il “patrio riscatto” lo Scanziet non vi figura mai. Lo Svanetti non si ricordava il cognome. Per poterlo collocare, anagraficamente, fra i combattenti della campagna 1848-49, ho consultato i registri dei battesimi e un Morbio “scanzietti” Angelo, figlio di Bortolo e Elisabetta Marini, risultava nato nel 1829. Era il fratello minore del Gioanì. Ho ricostruito così l’albero della famiglia: Bortolo Morbio di Giovanni aveva sposato nel 1810 Elisabetta Marini da cui aveva avuto otto figli. Giovanni era il sesto, nato il 29 aprile 1825. Erano contadini ed abitavano a Mura. Quando Giovanni era partito per la guerra, erano rimasti in cinque: tre femmine e due maschi, tre maschi erano morti in giovane età. In un registro del 1873 finalmente ho rilevato i dati sulla famiglia di Giovanni Francesco Morbio. Egli aveva sposato nel 1852 Belotti Lucia, filatrice, e aveva due figli: Caterina nata nel 1853 e Francesco del 1856. La moglie gli era morta a 53 anni nel 1882. Abitavano in Via Carvasaglio. Il nostro Giovanni riesce a vedere l’alba del nuovo secolo, muore infatti a 75 anni, nell’aprile dell’anno 1900.

14

Dicembre 1848 – Arresto politico di Giovita Marenda.

Giovita Marenda, aveva 41 anni, abitava a Mura e nel 1838 aveva sposato Giulia Pezzoni. Per i suoi quattro figli, quella mattina, era stata di attesa per i doni di Santa Lucia: un’arancia, qualche dolcetto e forse una bambolina per le bimbe. Era mercoledì, nel primo pomeriggio Giovita era in Piazza dove c’era il solito via vai del mercoledì: banchi sotto i portici, uomini all’osteria a contrattare i prezzi delle bestie da vendere. L’osteria di Luigi Bertossi è affollata di clienti. Accanto agli avventori abituali, si sono mescolati dei soldati di passaggio per Brescia. All’improvviso il parapiglia. Il racconto di ciò che è successo lo lascio al caporale comandante della gendarmeria, brigata Palazzolo, il 15 dicembre 1848, che inoltrava alla Deputazione comunale, un rapporto in cui descriveva l’accaduto del giorno 13 dicembre. “Alle ore 4 pomeridiane trovandosi nell’osteria esercitata dal sig. Luigi Bertossi, due soldati della seconda compagnia del reggimento Haynau di passaggio per Brescia, ebbero a familiarizzarsi con un certo Colombo Vincenzo che disse ai militari “Morte a Ferdinando, morte a Radetzki”, onde al momento di tale contesa il Colombo se ne fuggì per l’apertura di dietro dell’osteria. Ritrovandosi alla presenza anche Giovita Marenda, il quale invitò il Colombo al silenzio, indi si partì anch’esso da detta osteria. I militari portandosi in ricerca dei predetti s’incontrarono col Marenda e passarono all’arresto. Il sottoscritto appena venne a cognizione di tal fatto, si portò a rilevare il caso, il quale, tanto la moglie dell’oste, quanto la voce pubblica di come il contrasto fosse nato col Colombo. Ma in realtà nessuno può essere testimoniante delle parole che il Colombo disse a questi militari. In quanto poi al Marenda si può testificare l’incapacità d’esternare quanto sopra, indi regolarmente annunciato al sig. Capitanio comandante la suddetta compagnia il quale restò cauto dell’annunzio. La presente si spedisce a questa lodevole autorità per di lei regola e norma” Offredi Francesco, sotto caporale. La notifica era arrivata rapidamente ai membri della deputazione comunale: Cicogna Gio. Battista, Camorelli e Omboni Giuseppe,

15

ancor prima della comunicazione del Caporale Offredi. Quell’arresto doveva aver causato non poco turbamento fra la popolazione, Essi sono ora chiamati ad approfondire i fatti denunciati. Fanno chiamare la moglie del Bertossi, Giulia Schivardi che si trovava presente quando era incominciato l’alterco dei militari e fa questa deposizione: “Dopo le ore tre pomeridiane del giorno 13 erano nella mia osteria due militari della divisione arrivata questa mattina in paese, quando entrò pure il Vincenzo Colombo che ordinò un mezzo di vino. In questo frattempo i due militari avevano contesa con me sull’avere o no pagato un mezzo di vino ed il Colombo volle frapporsi a persuaderli che non l’avevano pagato ed io gli dissi lascia fare a me e non se ne ingerisca egli. Dopo i militari ordinavano un altro mezzo di vino e fattisi in compagnia del Colombo gli dicevano: “È buono il vino! È buono Ferdinando! è buono Radetzki?” E queste interrogazioni le replicavano. Io ho sentito il Colombo a rispondere affermativamente ad alcune interrogazioni, ma per il sussurro che si faceva dalla gente e da altri militari nell’osteria non ho potuto sentire se abbia risposto affermativamente a tutte. Solo ho sentito che i militari dicevangli: “Tu adesso hai detto buono Radetzki, ma prima tu hai detto cattivo.” Ed egli soggiungeva: “Ma no, io non ho detto cattivo, ho detto buono” e così dicendo girando attorno ad una tavola, guadagnò l’uscio, che va in corte e fuggì per gli orti. Poco dopo entrò nell’osteria Giovita Marenda ed ordinò un mezzo di vino e lo beveva così in piedi vicino alla boccalera, quando rientrarono i soldati che avevano inseguito il Colombo e volevano che loro rendessi ragione dove erasi nascosto credendolo di casa ed il Marenda, che per esser stato anch’egli militare, parla qualche poco di lingua tedesca, faceva loro intendere che non era di casa quegli che era fuggito ed essi lo guardarono in faccia e gli dissero: “Anche tu avevi detto cattivo Ferdinando, cattivo Radetzki”, ed egli: “Ma Santa Vergine cosa mi capita! Ma no, io non ho detto parola” ed eglino lo tenevano per il vestito, ma il Marenda arrivò ancora a fuggire per pochi passi, perché fu poscia raggiunto fuori dalla mia osteria ed arrestato. Ciò è quanto posso dire e nulla più. Solo ho da fare osservare che tanto il Colombo, quanto i militari erano eccessivamente ubriachi.”

16

Venne quindi interrogato Schivardi Antonio fu Carlo, siccome venne riferito ch’egli pure si trovava nell’osteria Bertossi quando avvenne il fatto. Egli così risponde: “Io per verità non ero nell’osteria in sul principio del fatto e solo vi sono entrato quando il figlio della Emilia Bertossi Schivardi mi chiamò dicendomi: “Antonio venite per carità, che i militari vogliono arrestare Cana Giusia (che così costumano a chiamare Vincenzo Colombo). Il quale non ha fatto niente.Io entrai e vidi che il Colombo girava attorno alla tavola ed i militari lo inseguivano e riuscì a fuggire. Ho sentito tutta la gente, che ve n’era molta nell’osteria, perché giorno di mercato, ho sentito, dissi, tutta la gente a dire: “Ma che cosa fanno con quel povero uomo, che non ha fatto niente di male”, gli domandavano: “È buono Ferdinando? Gli rispondeva di sì.” Gli domandavano:È buono Radetzki?E rispondeva di sì ed essi dicevano che invece aveva detto che Radestki era cattivo. Poco dopo entrò per l’uscio della porta Giovita Marenda e si era fatto portare un mezzo di vino, io pure bevevo quando ho sentito che i militari, che avevano inseguito il Colombo altercavano anche il Marenda al quale dicevano:Ti star brigante” ed egli rispondeva:Ma Santa Vergine io non ho fatto niente, bevo un mezzo di vino e se volete ne faccio portare una pinta e beviamo insieme.” Ma essi non vollero intenderlo e l’afferrarono, il Marenda però arrivò anch’egli a fuggire per trenta o quaranta passi, ma fu raggiunto ed arrestato da alcuni Cacciatori che lo bastonarono ben bene e lo condussero in caserma. Faccio osservare che i militari, che avevano altercato il Marenda nell’osteria, erano ubriachi e nell’inseguirlo uno di essi cascò per terra vicino al banco del sig. Giovanni Bassi di Chiari. Interrogato se sapesse nominare alcun altro che si fosse trovato in quell’osteria presente al fatto, rispose: “V’era molta gente ma era in quel momento così confuso che non potrei indicarne uno per l’altro, il mercante di Chiari Mosconi Angelo che ha il banco vicino all’apertura dell’osteria potrebbe aver veduto o sentito quanto è accaduto.” Seguono le firme dei testi e dei deputati comunali. “Palazzolo, lì 15 dicembre 1848.”

17

Lo stupore e l’indignazione si erano subito diffusi fra la popolazione e, soltanto dopo l’intervento dei Deputati comunali che avevano condotto gli interrogatori che scagionavano i due malcapitati, Giovita Marenda può tornare libero in paese. Quel Natale 1848, sarà rimasto indelebile nella memoria della sua famiglia.

Multa di 50.000 lire austriache al Comune di Palazzolo.

Il 2 aprile 1849, da Coccaglio parte una missiva al Comune di Palazzolo con l’ingiunzione a pagare una multa di 50.000 lire austriache giustificata da questi motivi

– nel caffè principale del paese si erano trovati due proclami incendiari;

– un proclama simile era stato affisso sul muro di una casa durante la presenza della truppa in paese; – le Deputazione comunale interpellata sullo stato attuale delle cose, si permetteva di farne falso rapporto.

La multa avrebbe dovuto essere versata entro le sei di mattina del 3 aprile 1849. Per quell’ora sarebbero dovuti scomparire i proclami incriminati. Il documento precisava che i due deputati comunali Cicogna e Camorelli sarebbero rimasti in mano austriaca come ostaggi fino all’avvenuto pagamento. La deputazione comunale, Cicogna, Camorelli, Omboni, rispondeva al Taxis che la cassa comunale non aveva la somma di 50.000 lire onde supplire alla multa, “trovasi nella dura circostanza di dover lasciare ancora li deputati Cicogna e Camorelli in mano alla truppa diretta a Bergamo e chiede una maggiore dilazione di tempo e qualche diminuzione della multa in via di clemenza”. Frattanto il Comune si rivolge alla fraterna Cicogna per un prestito del contante di cui non disponeva. Il giorno 3 gli stessi deputati avvisano i Palazzolesi che, per ordine del maresciallo Taxis, “tutti gli abitanti che per avventura fossero in possesso di armi da fuoco e da taglio, come pure di munizioni da guerra devono farne consegna nell’ufficio comunale, altrimenti saranno assoggettati alle pene militari, secondo la notificazione del 29 settembre 1848 del f.m. conte Radetzky”. Racimolata una parte dei soldi, il 5 aprile si presentano al ma resciallo

18

Turn Taxis che rilascia quietanza al Comune per lire austriache 41.000, come prima rata della multa, somma contenuta in 13 sacchi da L. 3000 ciascuno e due sacchi da L. 2000. Il comandante lascia liberi Cicogna e Camorelli, detenuti come ostaggi nella caserma di S. Agata a Bergamo. Le rimanenti 9000 lire avrebbero dovuto essere versate entro mezzogiorno del 13 prossimo. Trascorso questo termine inutilmente, il Cicogna sarebbe stato trattenuto nuovamente in ostaggio. Il 10 aprile i deputati Camorelli e Omboni, dichiarano al sig. Giacomo Cicogna “che questo Comune è debitore della somma di austriache lire 41000 da lei pagata per conto di questo comune e delle altre 9000 da pagarsi per il giorno 13 andante.” Infatti il 13 i soldi arrivano agli austriaci ed il Cicogna torna a casa. Scriverà più tardi lo Zambaldi che “la famiglia Cicogna, facoltosa famiglia palazzolese era già stata provata dalle benevoli cure del paterno regime di Vienna. Nel 1849, agonizzante Brescia fra gli artigli del selvaggio Haynau, il padre di Gerolamo, venne arrestato di nottetempo nella sua casa, e sotto la minaccia di fucilazione, obbligato a pagare un riscatto di quarantamila svanziche”. La ribellione del ‘49 era costata cara ai Palazzolesi Il Comune presenta il 28 maggio 1860 un prospetto dei danni derivati a Palazzolo per la guerra del 1848-49 in cui figurano 44 persone che reclamano un credito di 1107,33, a cui vanno aggiunte L. 300 per i mortaretti requisiti al comune dai militari, L. 255 per un cavallo con finimenti di proprietà di Pietro Gallarini, cavallo di cui si era appropriato il generale Grifin il 1° aprile 1848. Lire 1250 per le armi requisite ai privati e infine L. 43.209,85 della multa inflitta al Comune dal tenente maresciallo principe Turn Taxis. In totale L. 46.122,38. Al comune spettavano altre L. 4866,43 per somministrazioni militari, come da richiesta di rimborso inoltrata alla Commissione distrettuale di Chiari il 14 settembre 1858. Arriviamo al 24 maggio 1862, quando il sindaco Locatelli sollecita l’interessamento della Sottoprefettura di Chiari, restando il Comune nelle massime ristrettezze, perché il contenzioso venga risolto. Intanto il Comune accende un mutuo al 5% per far fronte al debito colla ditta Cicogna Luigi e fratelli.

19

La città e la Provincia di Brescia sono condannate il 2 aprile 1849 a versare una multa espiatoria di sei milioni di lire austriache in rate mensili di 500.000 lire, ultima rata 1° aprile 1850. Il 17 giugno dal comando superiore austriaco il Comune viene informato che nella suddivisione sul territorio della quota della multa provinciale, sarebbe toccato a Palazzolo un importo di lire 67.252,54. Poiché aveva già versato le famose 50.000 gli restava un debito di lire 17.252,54, la prima rata già versata di lire 5.604 e le altre seguirono. In tutto la ribellione del ‘49 era costata ai Palazzolesi lire 67.252,54.

Un’attesa durata dieci anni.

Le idee mazziniane, i segnali di risveglio, il traguardo di un cambiamento, tenuti vivi nella comunità palazzolese, non riescono a farsi movimento concreto di popolo. Il timore di un nuovo insuccesso, dopo quello del 48-49, tiene tutti in apprensione. L’Imperial Regio Governo Austriaco del Lombardo-Veneto negli anni seguenti il 1850 aveva intensificato, per mezzo dei suoi governatori, la pressione sulle popolazioni e non si stancava di pubblicare manifesti, diretti a richiamare ognuno all’obbedienza, a non lasciarsi convincere dalla propaganda delle sette e di coloro che volevano rovesciare l’impero asburgico. Anche sui nostri muri apparivano tutti questi manifesti, (ancora ben conservati nell’Archivio Comunale), accanto ad essi spiccavano quelli con le sentenze (come quella del 1853 relativa alla condanna di Tito Speri e di altri patrioti) e gli inviti a consegnare le armi, che qualcuno possedeva ancora dai tempi della guerra del 1848-49. La sera del 20 febbraio 1858 il feretro di Emilio Dandolo, dopo le solenni onoranze ricevute a Milano, giungeva in ferrovia a Palazzolo per essere avviato al cimitero di Adro. Tutta la popolazione, con lampade e ceri, fece ala al corteo.

Il ‘cinquantanove’ seguendo il calendario.

20 gennaio: la Municipalità era continuamente richiamata, con lettere e circolari a sorvegliare che nessuno fuggisse nello Stato Sardo e che possedesse e diffondesse le opere di Mazzini.

20

17 marzo: viene costituito il corpo dei Cacciatori delle Alpi al comando del generale Garibaldi. Sono 3200 uomini e 50 guide. 29 aprile, gli Austriaci varcano il Ticino, inizia la 2° guerra d’Indipendenza.

29 maggio: inizia la ritirata austriaca.

6-7 giugno: i garibaldini avanzano da Como verso Lecco e Bergamo e occupano la città.

8, mercoledì: l’alba del cambiamento inizia alla stazione ferroviaria allorché giunge da Verona un treno carico di 1500 soldati austriaci inviati a Bergamo per difenderla dai garibaldini. Con uno stratagemma l’ing. Giovanni Sala, così racconta Giovanni Rampana, si accorda col capostazione Antonio Rizzini e si impossessa della locomotiva, staccata dal convoglio per rifornirsi di acqua. Lasciato il treno senza traino, la dirige verso Gorlago, dove viene abbandonata sui binari. A piedi il Sala raggiunge Bergamo per avvertire i garibaldini, che erano già in città e che aspettavano, informati da un telegramma intercettato agli Austriaci, l’arrivo del treno. A Palazzolo il comandante Waisniel, fa arrivare una nuova locomotiva e il convoglio può partire per Seriate, dove avviene lo scontro con i 70 garibaldini, che con vari stratagemmi, mettono in fuga gli Austriaci, che ripreso il treno, tornano verso Brescia.

9, giovedì: la sera arrivano a Palazzolo 40 garibaldini al comando del tenente Pisani con l’incarico di andare in avanscoperta ed avvisare Garibaldi sulla situazione militare della zona. Lascio la parola a Giovanni Rampana che visse in prima persona quelle giornate: “Il popolo si sollevò e andò alle campane suonandole a stormo: si andava e veniva con roncole e con armi da caccia, si aveva una voglia matta di picchiare la groppa dei Croati; ma si attendevano ordini da Garibaldi. Vi fu un esecrato cittadino che corse a Pontoglio ad avvertire il comandante degli Austriaci che qui vi erano i pochi garibaldini d’avanguardia. Quel comandante manda mezzo plotone di cavalleria ad esplorare sulla strada, ma quando arriva alla cascina detta Ca’ del Ca’, i garibaldini posti con accortezza sul campanile della chiesa della SS. Trinità, tirano su di essi, che spaventati dalla inaspettata sorpresa fanno il dietro front e via al galoppo di ritorno a Pontoglio. Intanto si preparavano trincee, semplici fossi, tagli di strade e fuciliere dai muri di cinta. Attendeva

21

alacremente a questo incarico l’ing. geom. Cicogna Giuseppe con mirabile e instancabile ardore”. Il distaccamento croato, visto che non poteva raggiungere Brescia attraverso Palazzolo, cambiò strada e, per il Boscolevato, i “quattro chilometri” e la “Mirandola”, raggiunse Coccaglio ancora fortemente presidiata dagli Austriaci, che difendevano la ritirata delle truppe dell’Urban, provenienti dalla strada di Chiari.

10 venerdì: i Cacciatori delle Alpi del tenente Pisani, accampati tra Adro e Palazzolo, la mattina raggiungevano e liberavano Sarnico. Il Pisani, nella stessa giornata del 10, si dirige coi suoi garibaldini verso Cologne e Coccaglio con l’intento di occupare la stazione ferroviaria e la ferrovia, ma a Coccaglio, in contrada S. Pietro, si scontrò con le soverchianti truppe dell’Urban in ritirata e dovette rifugiarsi sul monte di Coccaglio, lasciando sul campo un morto ed un ferito, mentre gli Austriaci catturavano alcuni suoi garibaldini. Il ferito era il conte Carlo Piacenza di 29 anni, che viene trasportato a Palazzolo ed accolto nei locali della rettoria di San Giovanni a Mura, vuota per la mancata nomina del nuovo rettore, dove muore il giorno dopo. Il Pisani avvertiva Garibaldi, che si trovava a Milano, chiamatovi dal Re, che gli Austriaci avevano sgomberato Brescia. Il generale gli rispose “Marci dunque sullo stradale, s’informi bene se veramente è evacuato dal nemico e vi entri e vi apra arruolamento”. La notte tra il 10 e l’11 la guarnigione austriaca fugge da Brescia verso Montichiari.

11 sabato: Pisani parte da Palazzolo e nella notte raggiunge Brescia ed occupa il Castello. I nostri inseguivano i battaglioni dell’Urban per la via di Malpaga, allo spuntar del 12 furono a Ghisalba, che trovarono deserta, da quivi a Martinengo, a Palazzolo ed a Palosco, non arrestati dalla pioggia che pur diluviava, né dalla vicinanza dell’Urban, ch’era in Pontoglio, colla sua divisione. Alle 9 antimeridiane del 12 la Deputazione Comunale di Martinengo manda un messaggio a quella di Palazzolo. ”In questo punto giunge la truppa sarda col generale Garibaldi nel numero di circa tremila. La truppa austriaca che trovavasi a Romano è partita stamattina per Covo e Antegnate. Per ora non si conoscono le vere mosse del nemico”.

22

12 domenica: Brescia insorge.

Garibaldi entra a Palazzolo. Viene ospitato all’albergo dell’Aquila nera. Alle 8 del pomeriggio, spedisce un dispaccio a Brescia: “Comando generale dei Cacciatori delle Alpi. Al Commissario Regio Bianchi ed al tenente Pisani a Brescia. Marcerò questa notte per Brescia, e spero arrivare domani di buon’ora. Mandateci incontro quanti carri e vetture potete sullo stradale Garibaldi”. Il generale Della Rocca, in nome del Re, diramava disposizioni circa i movimenti delle varie divisioni che, stante l’ingrossamento del fiume Serio, dovettero essere variati. Rimase l’ordine per il quartier generale per il trasferimento da Vimercate a Palazzolo. “Dove noi giungiamo dopo 17 ore di marcia, senza mangiare, né noi, né i cavalli… A Palazzolo non troviamo nulla. Il nostro padrone di casa non ci avrebbe dato un bicchiere d’acqua, gli altri nello stesso modo. Che bei patrioti veniamo a liberare!”.

13 lunedì: Garibaldi parte prestissimo per San Pancrazio, Erbusco, Coccaglio, per le strade a sud del monte Orfano, si arresta al torrente della Mandolossa. Ivi accoglie i rappresentanti della città colà venuti dalle sbarrate porte per stringergli la mano ed alle 9 del mattino, preceduto dalla banda cittadina, entra in Brescia da porta S. Giovanni alla testa delle sue schiere. Per tutta la giornata del 13 la terza divisione sarda attraversa l’Oglio a Palazzolo e si accampa alla Fabbrica di Cologne. In serata il re Vittorio Emanuele raggiunge Palazzolo, ospitato in casa Cicogna. Al mattino del 14 si presentano al Re due giovani preti che gli rivolgono un indirizzo di saluto, seguiti da una Deputazione della città di Brescia, eletta in apposita adunanza, che gli rinnova il patto di adesione al Regno Sardo. Il re porta quindi il suo quartier generale a Castegnato e alle dieci del mattino del 17 entra a Brescia da Porta San Giovanni. Il giorno dopo, giunge anche l’imperatore Napoleone. La città per tre sere è illuminata, tutte le finestre parate a festa e dappertutto canti e bandiere nazionali. 16 giovedì: in nome di S.M. Vittorio Emanuele, ai Comuni viene richiesto di inviare per il 18 giugno il maggior numero possibile di badilanti, uomini muniti di badile e piccone, con un caposquadra fornito dei fondi occorrenti pel pagamento delle giornate.

23

21 martedì: i deputati comunali Pezzoni e Omboni scrivono al Municipio di Brescia che “È assai dura cosa in questo momento di comune allegrezza, il vedersi la devota sottosegnata Deputazione affrontata a viso aperto da alcuni malintenzionati abitanti al peggio disposti. Nessuna rappresentanza militare in paese può ridurre, senza mezzo, buoni cittadini a vittime dell’altrui nequizia. Si implora, senza indugio, un provvedimento e si eviteranno conseguenze tristissime. Una dozzina d’uomini di milizia regolare potrà bastare ad imporre quel rispetto, che assolutamente manca all’ordine pubblico e specialmente alla possibile tranquillità della scrivente.” Viene mandato immediatamente a Brescia Giuseppe Omboni,” nella vera fiducia di vederlo ritornare scortato di questa grazia”.

22 mercoledì: Garibaldi transitava in treno da Palazzolo per Bergamo e Como. Il giorno seguente il paese accoglieva la colonna garibaldina del Cosenz diretta in Valtellina.

24 venerdì: scontro a Solferino e San Martino.

27 lunedì: Le notizie della vittoria degli alleati e della sconfitta austriaca, crearono in paese una situazione di tensione verso coloro che erano stati “austriacanti”. Il barone de Lautrek, direttore dello stabilimento della calce, oltre al porto d’armi di un fucile, chiedeva anche quello di due pistole.

11 luglio: lunedì, armistizio di Villafranca.

13 agosto: sabato, il capostazione Rizzini informa la Deputazione comunale che alle 3,40 pomeridiane, un convoglio col Re a bordo, da Brescia si dirigerà a Milano. Vengono invitati alla stazione il rev. Arciprete, il dott. Gaetano Palazzi, il dott. Andrea Rossini, il sig, Speckel capo banda, il sig. Giuseppe Omboni amministratore dell’Ospitale e la Fabbriceria.

5 settembre: il capitano di Stato Maggiore Borrone arriva a Palazzolo per visitare i locali destinati per alloggiarvi le truppe, e stabilisce che la caserma della Riva, la chiesa di S. Antonio e la filanda del sig. Brescianini Bortolo saranno occupate dall’8° battaglione Bersaglieri, onde la truppa sia riunita il più possibile ed il rimanente del paese a disposizione dall’Artiglieria dovendo essere sparsi i suoi cavalli presso gli abitanti.

22 dicembre: l’Intendente generale dell’Armata Sarda chiede conferma del numero dei letti esistenti nei locali predisposti per ac cogliere

24

ammalati e feriti e quanti vi furono ricoverati. Il Comune offre questo quadro: letti per malati: 96 – Francesi curati 150, Italiani 28, Austriaci 4, totale 182.

I contadini palazzolesi e i feriti della battaglia di S. Martino e Solferino

Sollecitati dalle famiglie, i deputati Pezzoni e Omboni il 4 luglio 1859 inoltrano al Municipio di Brescia una missiva, affidata al vetturale Torri, che dice: “Giuseppe Gozzini del Gazzolo, Brescianini Luigi del Boscolevato, Belotti Battista della Bredella e Spinoni di San Vittore con bovi e carri, venuti a Brescia fino dal 28 giugno per ricevere ammalati, senza saputo da chi condusse a Brescia li carri, senza che si sappia finora dove si trovino, s’interessa questo Municipio, perché voglia dare al presente incaricato un indirizzo, o credenziale per cercarne conto di detti individui mancanti tutt’ora, anche per tranquillizzare le famiglie, potendo alcuni individui essere in mala sorte, ché partirono colla sicurezza di non oltrepassare Brescia. Due di questi coloni, diretti a Solferino, ritornarono coi soli bovi, lasciando il proprio carro sul campo, circostanza che le si ricorda per verità, del che si terrà nota. S’interessa vivamente prendere a cura questo emergente e fornire al presente vetturale Torri, una riga d’accompagnamento sino a Goito, dove sarebbe disposto a recarsi, o dove meglio questo stesso Municipio credesse di più opportuno inoltrarlo”. Segue un’aggiunta: “4 luglio, si accompagna alla deputazione di Castiglione, 4 luglio a Goito, 5 luglio a Valeggio, che risponde: visto arrivare ed al medesimo non si poté fornire le ragioni richieste”. Dal dispaccio che il Torri recava con sé si capisce che il 28 giugno quattro contadini erano partiti per Brescia per raccogliere i feriti della battaglia del 24 e trasportarli a Palazzolo, dove erano stati approntati letti per fornire loro assistenza. Due di questi coloni, diretti a Solferino, erano tornati con le sole bestie, avendo abbandonato il proprio carro sul campo. Gli altri il 4 luglio non erano ancora ritornati. Si può facilmente immaginare cosa abbiano visto in quel campo di battaglia e cosa li abbia spinti a fuggire! Nello scontro, durato dall’alba al tramonto del 24 giugno 1859, gli Austriaci vi persero 14.000 uomini e i Franco-Sardi 15.000.

25

Con l’aiuto delle popolazioni venne prestato soccorso a tutti i feriti, senza riguardo alla divisa indossata. La storia ci ricorda che la battaglia fu la più sanguinosa combattuta per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia. La vista del campo di battaglia, cosparso di morti e feriti sembra abbia indotto Napoleone III a firmare l’armistizio di Villafranca. Dopo le inutili ricerche del Torri, i contadini palazzolesi rientrarono con i carri carichi di malati. Intanto, per ferrovia erano arrivati altri feriti. A Palazzolo furono infatti curati 28 piemontesi, 150 francesi e 4 austriaci. Furono approntati posti letto nell’Ospedale, nella Rettoria di San Giovanni, nelle chiese dei vari rioni e nei Quartieri militari. Due medici condotti, Gaetano Palazzi e Andrea Rossini, che avevano affrontato l’epidemia di colera del 1855 e che erano addetti al servizio presso il nostro Ospedale, si resero benemeriti per l’assistenza ai feriti e malati. Sta scritto che: “Ambedue i medici, non trascurarono le cure dei poveri privati dislocati nella non breve periferia di Palazzolo, raddoppiando nella circostanza privato dispendio e non curando il necessario riposo”. Dai registri dei morti della parrocchia si ha notizia dei decessi dei reduci stranieri della sanguinosa battaglia: due militari in giugno, due in luglio, due in agosto e due in ottobre 1859, due nel marzo 1860. Anche in quest’opera di soccorso e di carità Palazzolo si era allineato agli altri comuni della provincia bresciana.

La quadra di Mura chiede un rimborso.

Nel tardo pomeriggio di domenica 12 giugno 1859, assieme a Garibaldi, erano arrivati il suo stato maggiore e i Cacciatori delle Alpi che, per ordine della Deputazione Comunale, furono alloggiati nella chiesa di San Giovanni e nei locali della Rettoria. Passati i giorni di trambusto causati dagli avvenimenti della Seconda guerra d’Indipendenza (24 giugno 1859, San Martino e Solferino), il 28 luglio la Deputazione della Quadra di Mura inviava alla Giunta Municipale due note con la descrizione “dei danni arrecati alla medesima dall’istantanea occupazione per parte dei Cacciatori delle Alpi”.

26

In una di quelle note si specifica che i garibaldini “consumarono le sedici candele di cera che erano sugli altari, asportarono diversi effetti di biancheria, cioè fazzoletti di tela bianca e corporali, danneggiarono alcune pianete, cagionando alla chiesa un danno di austriache lire 80, pari ad italiane lire 67,12 come pure nella casa distrussero legna, broghetti e strami onde accendere il fuoco, apportando per tal modo un danno di altre austriache lire 81 pari a lit. 67,95, danti un totale di lit. 135,07.” Passano gli anni, ma dal Comune non arrivano risposte alla richiesta di rimborso. Il 28 febbraio 1864, dalla cancelleria della Quadra parte un sollecito: vi si afferma che “siccome ignorasi il perché le due note del 1859, non si ritrovano in quest’ufficio, la scrivente procurò da tre probe persone possidenti ed abitanti nella Quadra, la qui unita dichiarazione giurata, ed interessa la compiacenza di questa lodevole Giunta a fare le debite pratiche acciò possa esser compresa nell’elenco de’ danni che in parte si assunse di pagare con buoni la Deputazione Provinciale”. Dopo una settimana, il 6 marzo, davanti alla Giunta, composta da Locatelli Antonio, Sufflico G. Battista, Donati Luigi e Muzio Costantino, viene invitato a comparire Marella Pietro, firmatario del sollecito, che risponde “sull’istanza di pretesa, non giustificata da attendibili documenti e dipendente da danni sofferti nella guerra del 1859 ed insinuata dalla Deputazione di San Giovanni ai sensi dell’avviso 4.1.1864 della Deputazione Provinciale.” Il teste si qualifica come Marella Pietro fu Bortolo, nativo a domiciliato a Palazzolo, di 48 anni e di professione contadino possidente e non avente vincoli di parentela colla deputazione della chiesa. Ripete che a causare i danni sono state le truppe condotte dal generale Garibaldi che venivano da Bergamo e dicevano che saranno stati in numero di quattromila. I documenti dell’Archivio Comunale non offrono altri dettagli su come si sia conclusa la vertenza. A noi basta aver chiarito come hanno passato la notte i Cacciatori al seguito di Garibaldi. È noto come passò la notte il Generale, che attendeva il nuovo giorno per marciare su Brescia.

27

 

Un orfano della battaglia di Magenta ospitato a Palazzolo.

Il 4 giugno 1859 le forze franco-piemontesi sconfiggono gli Austriaci, che battono in ritirata abbandonando Milano e dirigendosi verso le fortezze del quadrilatero. Il 29 settembre la Deputazione Comunale di Palazzolo scrive al sindaco di Magenta che “in questo comune si presentò un giovane dell’apparente età d’anni 13 col nome di Giuseppe Grimaldi che si accennò figlio di altro Giuseppe e Rosa Ferrari, che nella famosa giornata veduti assassinati dalle truppe austriache padre e madre, dopo d’essersi nascosto sotto un piccolo ponte si decise a seguire le truppe francesi; fu testimone della battaglia di Solferino, serviva in quelle occasioni da piccolo domestico; poi seguiva quel ritorno sino a Brescia e da là capitò in Palazzolo. Fu accolto, come altro dei suoi figli, da Camillo Urgnani nostro buon contadino e sta a quel poco, che può fare essendo di lui ben alloggiato. Disse che esso era garzone d’un calzolaio di poco lavoro in Magenta. In Palazzolo vi giunse sul finire di agosto. Fu denunciato più tardi ed ora la scrivente Deputazione ne dà quelle poche notizie che si poterono dallo stesso giovinetto raccogliere, per quelle disposizioni che si credessero del caso. Aggiunse di non conoscere altri parenti che una zia materna.”

Fortilizi costruiti nel giugno-luglio 1859.

Palazzolo colle difese dell’Oglio, entra nel vivo della campagna 1859. Sono 16 le ditte danneggiate per frutti pendenti e per l’occupazione dei terreni per costruire fortilizi nei mesi di giugno e luglio 1859. Danni che sono confermati nel gennaio 1860 dagli ingegneri Scolari e Maffoni e che la municipalità di Palazzolo presenta alla Prefettura di Brescia. I danneggiati sono: Delbarba Pietro per Lire italiane 285,02 – Arciprebenda di Palazzolo L. 65,61 – Cicogna Giovanni possessione Calcine L. 719,76 – Rossi Giacomo L. 497,16 – Consoli Pietro e Stefano L. 848,86 – Congrega Apost. di Brescia affittuale Omboni Giuseppe L. 858,66 – Congrega affitt. Locatelli Antonio L. 808,96 – Locatelli Antonio L. 1173,08 – Cicogna Giovanni, possessione S. Rocco L. 17,31 – Donati Luigi

28

  1. 145,27 – Donati Giuseppe L. 9,28 – Fabbriceria parrocchiale L. 73,98 – Pagani Antonio L. 51,82 – Muzio Cedonio L. 23,75 – Rossi Gio. Battista L. 13.93 – Sufflico Gio. Battista L. 24,24 per un totale di L. 5616,69. Nella stessa nota sono aggiunte L. 258,93 per spese di alloggi. Altre richieste di indennizzo presentate nel 1862 riguardavano l’accampamento dell’armata sarda, 42 danneggiati per lire 5640.46, dell’armata francese 41 danneggiati per lire 6015.16.

I fratelli Bertelli arrestati per i fatti di Sarnico del 1862.

“La mattina del primo maggio, scrive il Chiappa, inaspettatamente, Garibaldi giungeva a Palazzolo in treno. Ufficialmente era in viaggio per raggiungere le Terme di Trescore dove intendeva curare un’artrite di vecchia data, ma il suo soggiorno in terra bergamasca poteva nascondere altri scopi. Che il suo arrivo fosse inaspettato per le autorità comunali lo si può facilmente arguire dal fatto che il manifesto che il sindaco espose in fretta e furia è manoscritto (non c’era stato il tempo per averlo a stampa), inoltre non vi era stato l’accorrere di folla o di banda al suo arrivo (è al sindaco palazzolese che Garibaldi dà l’incarico di salutare gli abitanti di Palazzolo) ed anzi è il sindaco che ordinava alla banda di percorrere le strade del paese in segno di esultanza, ma alla sera del primo maggio, quando Garibaldi era a Trescore. Perché dunque fermarsi a Palazzolo (dove non vi erano poligoni di tiro da inaugurare) quando per raggiungere Trescore era più comodo e pratico scendere dal treno a Grumello o a Gorlago? Chi incontrò Garibaldi a Palazzolo, oltre al sindaco Locatelli?” In quel maggio 1862 gruppi di volontari, che avevano partecipato alla campagna per la liberazione del Mezzogiorno, cominciano ad affluire a Sarnico, nell’ambito di un progetto di attacco sul Veneto e sul Trentino, che avrebbe dovuto svolgersi sotto la guida di Garibaldi, che si era insediato a villa Camozzi, presso le terme di Trescore, col pretesto di voler curare fastidiosi dolori artritici che lo affliggevano. Quando ormai la spedizione appare prossima all’inizio, il 14 maggio il governo ordina all’esercito di sbarrare tutti i passi della valle Camonica al fine di impedite qualsiasi tentativo di passare la

29

frontiera. Viene ordinato alla forza pubblica di arrestare quanti si sono concentrati nei paesi presso Trescore, requisire armi e equipaggiamenti militari. Non potendo far arrestare Garibaldi, ordina di procedere a quello del suo luogotenente Francesco Nullo. Gli atti processuali ci confermano che alle ore 16 del 14 maggio viene sequestrato un carro carico “di effetti di militar corredo” mentre transitava in Grumello del Monte. Un verbale delle ore 18 fatto dai carabinieri di Palazzolo riguarda l’arresto di Francesco Nullo e Roberto Ambiveri, “allo scalo della ferrovia”; il primo perché sospettato per uno dei capi fautori del movimento mazziniano che si tenta in Sarnico, ed il secondo per precauzione… Arrestarono pure Pasquali Giuseppe di anni 28 impiegato all’officina calce, nativo di Mantova, Luigi de Chiari, veneto. Luigi Testa, attendente del Nullo, riesce a fuggire ed a recare la notizia a Garibaldi in Trescore. Nei giorni 14 e 15 maggio, oltre ai quattro presi a Palazzolo, 35 sono arrestati alla stazione di Bergamo, 48 a Sarnico, 39 ad Alzano e 6 alla stazione di Porta Vittoria a Milano. Altri dettagli sull’arresto li riferisce, l’Ambiveri, rinchiuso nel carcere di Alessandria, in una lettera del 29 maggio alla moglie: “Quando a Palazzolo, appena smontati, il capitano de’ Carabinieri dice a Nullo di seguirlo. Nullo mi dice di fargli compagnia sino dove lo conducevano, amando avere un testimonio. Arrivati alla caserma i Carabinieri dissero a Nullo di restar servito. Io chiedo se posso partire ed il capitano mi dice di fermarmi pur io, che avrebbe tosto telegrafato a Bergamo per chiedere informazioni. Aspetto ancora l’esito delle informazioni.” Il Nullo, l’Ambiveri e gli altri arrestati sono tradotti alle carceri di Brescia, dove, a seguito di violente dimostrazioni popolari in favore dei reclusi, il Prefetto fa intervenire la truppa, con il triste risultato di lasciare sul terreno quattro morti e quattro feriti. Il giorno dopo, 16 maggio, i detenuti sono condotti al carcere di Alessandria. La vicenda ebbe eco in Parlamento. Dopo gli accertamenti di rito, 53 prigionieri sono rilasciati il 28 maggio; altri 79 l’11 giugno, per non aver commesso il fatto loro attribuito. Fra i liberati del primo gruppo ci sono i fratelli Bertelli: Pietro e Luigi. Nei verbali di interrogatorio Pietro Alessandro fu Luigi, di anni 19, nato a Palazzolo, domiciliato a Bergamo dichiara di essere garzone

30

ferraio, illetterato, arrestato alla stazione di Bergamo. Luigi fu Luigi, di anni 17, nato a Palazzolo dimorante a Bergamo, garzone calzolaio, nullatenente, analfabeta. Arrestato alla stazione di Bergamo.

La famiglia Bertelli.

Luigi Bertelli, nativo di Sarnico, risiede a Palazzolo e fa il falegname. Aveva sposato intorno al 1835 Priscilla Lochis di Villongo, da cui aveva avuto dal 1836 al 1853, dieci figli, alcuni morti in tenera età. Il 1854 è un anno tragico per la famiglia: in aprile muore a quarant’anni il padre Luigi, in luglio il primogenito Battista, di 18 anni, falegname come il padre. La vedova Lochis continua a dimorare in paese, dove nell’agosto 1855 gli muore di colera il figlio Girolamo di tre anni.

I medaglioni in bronzo di Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Sui muri di Palazzolo il 3 giugno 1882 era affisso un manifesto, listato a lutto, firmato dal sindaco Luigi Donati che cominciava così: “Una gravissima sciagura è toccata all’Italia. Il grande cittadino, il prode generale Garibaldi non è più. Spirava ieri in Caprera alle 7 pomeridiane.” L’11 successivo il consiglio comunale all’unanimità prendeva delle decisioni importanti per onorare la memoria di Garibaldi. Così la Società Operaia di cui era Presidente onorario. Tra altri impegni, il comune decideva di intitolare a Garibaldi la strada che dal ponte va a Bergamo, di collocare una lapide con medaglione di bronzo di basso rilievo sulla casa Locatelli, ove il generale aveva pernottato nel 1859. Mi soffermo solo sull’idea del bassorilievo, perché da una documentazione dell’Archivio comunale, è possibile ricostruire le vicende relative non solo al bassorilievo di Garibaldi, ma anche di quello del re Vittorio Emanuele II, scomparso nel 1878. I due medaglioni bronzei che ornano oggi la parete di fondo del giardino che circonda il monumento ai Caduti, sono opera di un valente scultore di Milano: Egidio Pozzi, che aveva realizzato il monumento e Garibaldi a Pavia (1884), ad Alberto da Giussano a Legnano (1876). Ci racconta tutta la “storia” Giovanni Battista Rampana in una relazione alla Giunta comunale del 28 ottobre 1883. Il Rampana aveva avuto l’incarico di provvedere alle teste in bronzo di Garibaldi

31

e di Vittorio Emanuele II, e due lapidi di marmo, per una spesa di L. 700. Egli aveva preparato 5/6 progetti, aveva col fratello Antonio preso contatto con lo scultore, col fonditore, coi marmisti di Bergamo per i marmi ed era riuscito a contenere la spesa in L. 770. Egli ribadisce che “ho pago l’amor proprio ed è con orgoglio che dico Palazzolo ha un lavoro che merita, Palazzolo ha un ritratto straordinariamente somigliante …Ho curato con amore indicibile all’arte ed alla Patria, di dare al mio paese, in cui non mancano intelligenze elette, un lavoro che tramandi ai posteri i perfetti lineamenti di due uomini degni di universale ed eterno ricordo, avesse altresì merito artistico. Checché si dica, meno la città, nessuno dei centri vicini ed assai superiori avrà più scelto lavoro. Due teste modellate opportunamente dallo scultore Pozzi Egidio, autore del monumento grandioso a Garibaldi in Pavia, inarrivabile a plasmare i lineamenti dell’Eroe, che fu suo condottiero in tre campagne, rilievo spiccato e quasi alto, non dico un meschino profilo piatto e senza effetto, testa con barba.”

32

A proposito della lapide del 1907.

Palazzolo ricorda il centenario della nascita di Garibaldi con una giornata di festeggiamenti il 28 luglio 1907. Al mattino alle ore 9 viene scoperta la lapide collocata sulla facciata del vecchio Palazzo comunale, antistante la parrocchiale. La decisione di ricordare i Palazzolesi combattenti, non venne presa all’unanimità, ci furono quattro voti contrari. Per definire questo elenco le cose non filarono tanto lisce se il Rampana il 14 novembre 1907 trasmetteva alla Giunta Municipale il curriculum di tre Palazzolesi perché venissero aggiunti al lungo elenco della lapide: Cacciamatta Basilio nato a Palazzolo, volontario nel 1859. Fece la campagna del 1866, sergente in Cavalleria. Congedato furiere maggiore. Fu impiegato al ministero della guerra. Andò in pensione a Gazzaniga col resto di sua famiglia e morì ricoverato a Sti. Pulusella Francesco nato a Palazzolo, servì l’Austria e nel 1859 venne reso all’esercito italiano ed incorporato nel corpo d’armata, comandante Cialdini. Fece la campagna delle Marche e Umbria, la medesima condizione di Rottigni Francesco. Morto nel 1907. Speckel Enrico Nato a Palazzolo nel 1847, uscì ufficiale dal collegio militare e fece la campagna del 1866, nel 56° fanteria. Aggiungeva in nota che “la lapide avrebbe dovuto portare il nome dei soli volontari che spontaneamente si offersero a difendere la Patria, come hanno fatto gli altri municipi grossi e piccoli. A Palazzolo prevalse un criterio singolare e sbagliato, perché non si volle tener conto di cittadini che, per età e per pratica, potevano essere di efficace consiglio. La giunta temette d’essere esautorata. Fece da sé, facendo d’ogni erba un fascio, mettendo nomi dei quali non si conoscevano i servizi autentici. Sarà poi ben fatto se si vorrà avvertire il Bracchi Angelo Pietro che ha la smania d’imbrattare il margine della lapide, scrivendo ripetutamente il suo nome, che se ha tale smania vada a scriverlo

33

sui muri di qualche latrina e rispetti il posto di venerazione della lapide la quale si deve farla rispettare. Palazzolo li 14 novembre 1907. Con deferenza Rampana Giovanni. Prego restituirmi i 3 documenti qui uniti.”

34

APPENDICE

Due ragazzi nel Risorgimento.

Bertozzi Aurelio Luigi: portalettere, di Giuseppe fu Antonio e Costanza Torri di Luigi possidenti, nato il 19-3-1839. Si legge nel numero unico del 1907: “Il giovane Bertozzi si è pure meritato dalla Patria con un servizio speciale che egli ha compiuto nel 1859. Allorché il corpo del generale Fanti era fermo fra Palosco e Martinengo, animato di giovanile volontà, egli alunno postale assunse di portare da Martinengo a Brescia a Garibaldi un messaggio, che doveva consegnare al destinatario in persona. Seppe mantenere il segreto percorrendo la distanza anche un po’ a piedi, consegnò a Garibaldi il dispaccio, e oltre a ricevere ringraziamenti, si sentì dire dall’eroe dei due mondi “Bravo giovinetto, voi incominciate bene la vostra carriera, vi ringrazio”. Quando ritornò fra noi a godersi la pensione fu fatto cavaliere della Corona d’Italia.

Gerolamo Cicogna: volontario garibaldino, figlio di Giovanni Battista e Giulia Dotti, nato nel 1851 e morto nel 1901 “Altro fatto di fratellevole affetto fuso con quello alla Patria, lo abbiamo avuto nel 1866, si legge ancora sul numero unico. L’aitante e simpatico giovane Giacomo Cicogna si arruolò nel 3° reggimento bersaglieri garibaldini: pochi giorni dopo, lo seguiva il fratello minore, Gerolamo non meno baldo”. Era il 26 maggio “1866, Partenza da Brescia per il campo di Lonato”, così inizia il Diario di Gerolamo Cicogna, conservato nel Museo dei Ricordi di guerra di Palazzolo. Gerolamo è presente alla campagna del Tirolo coi Garibaldini. Dopo aver combattuto sul monte Grumello, è fatto prigioniero ai piedi dello stesso monte, nella Valle della morte alle 8 del mattino del 21 giugno. Avviato a Riva, vi giunge alle 7 del pomeriggio, il 22 lascia Riva per Trento, (51 miglia), Bolzano, Innsbruck. Il 29 è a Vienna, da lì viene trasferito in Croazia. Alla fine di ottobre 1866 avviene lo scambio dei prigionieri e Gerolamo, lungamente atteso, ritorna a Palazzolo il 22 ottobre. Scrive lo Zambaldi: “La madre stringendolo al petto, non poté trattenere un grido d’orrore – Figlio mio, figlio mio, che t’hanno fatto?

35

Nulla, mamma; il viaggio è stato lungo, tanto lungo… – Sì, l’Austria aveva restituito la sua preda, l’aveva caricata sui carri delle bestie e rimandata al confine come merce inutile. Né miglior sorte i miseri trovarono in patria: accasermati sulla paglia a Verona, dimenticati per qualche giorno, quell’irriducibile confusione, che perdurava tra le caratteristiche della nuova Italia, ufficiale e burocratica, li aveva poi sbalestrati qua e là prima di far raggiungere a ciascuno la mèta sospirata”.

Preti attivi nel Risorgimento.

“A Palazzolo, scriveva A. Fappani nel suo studio su mons. Bissolotti, la vivace polemica fra preti liberali ed intransigenti, molto diffusa nel Bresciano, non venne nemmeno avvertita. Ma ancor più singolare fu l’abbinamento del sentimento nazionale e civico con quello religioso”. Il 2 giugno 1861, celebrandosi la proclamazione del Regno d’Italia, tutte le cerimonie programmate furono accompagnate da Messe in canto. In agosto poi, dopo una riunione con l’autorità religiosa, il consiglio comunale deliberava di celebrare nei giorni 27 e 28 ottobre due grandi feste. La prima dedicata al Santo Crocefisso, collocato per l’occasione sopra l’altar maggiore, la seconda dedicata alla Vergine, sia per sciogliere un voto fatto nel 1855 per ottenere la fine del colera, che per la cacciata dell’Austriaco avvenuta nel 1859, e infine per scongiurare la siccità dell’estate appena trascorsa. Rispetto al clima generale di quel tempo, sembra addirittura incredibile il manifesto fatto affiggere dal Municipio il 2 febbraio 1862, col quale si invitavano i Palazzolesi, a recarsi a votare, sabato 15 febbraio, la seguente scheda: “Viva Pio IX° supremo capo visibile della Chiesa – Viva Vittorio Emanuele Re e Roma capitale d’Italia – L’Italia è degli Italiani”. Questo semplice atto voleva essere la testimonianza plebiscitaria dei Palazzolesi verso il Capo della Chiesa, verso il Re d’Italia e contro l’intervento straniero nelle cose nostre, soprattutto riguardo alla questione di Roma. Facciamo un passo indietro. Quando nel pomeriggio del 12 giugno 1859, Garibaldi giunge a Palazzolo, acconto alle autorità civili, ad ossequiarlo ci sono anche

36

quelle religiose: l’arciprete don Giuseppe Bettinelli, i canonici don Giovanni Meloni e don Vincenzo Omboni, il rettore di san Giovanni don Luigi Schivardi, da poco assunto in questo incarico, il suo omonimo professore don Luigi Schivardi e il prefetto di sacrestia don Giovanni Consoli. Tutti con la coccarda tricolore. Ricordo che don Bettinelli nell’estate del 1855 aveva raccolto nella sua casa le prime bimbe orfane di genitori, scomparsi per l’epidemia di colera, don Meloni era il fondatore della prima sala di custodia per i piccoli (asilo), don Schivardi dalle fosse del Castello aveva trasferito nella sua casa il ricreatorio maschile. Oltre che per queste benemerenze essi vanno ricordati, nel 150° dell’unità d’Italia, per il loro patriottismo. Don Giovanni Meloni di Francesco, nato nel 1817, domenica 25 marzo 1849, durante la sua predica quaresimale non può fare a ameno di aggiungere “È col cuore angosciato che oggi parlo a voi, miei cari concittadini, nel mentre nella nostra Brescia ferve la rivolta e dove tanti nostr… .

Francesco Ghidotti