MIO FRATELLO GIGI GHIDOTTI

pubblicato il: 20 maggio2005
da: La Voce di Palazzolo

 

Il tavolo della cucina.

Nella nostra cucina c’era un grande tavolo di legno colle sue gambe tornite, con il piano di marmo bianco di buon spessore. A forza di scodellare polente sullo stesso angolo, si era rotto, ma continuava ad essere mantenuto al suo posto. C’era il proposito di sostituirlo, ma non si trovava mai il tempo per farlo.

Così il piano di marmo, con la sua “crepa” resisteva ai colpi del papà, che era chiamato a rovesciare la polenta sul tagliere di legno. Il marmo sostituiva la tovaglia e bastava uno straccio umido per farlo tornare pulito e lucido.

Su questa lavagna bianca, nelle lunghe sere invernali, papà Michele, dopo cena, con Luigi sulle ginocchia e me accovacciato su una sedia, disegnava a ruota libera un treno, un carrettino col cavallo.

Disegni che resistevano fino al mattino, quando la mamma, preparando le scodelle per la colazione, puliva il tavolo, cancellandoli del tutto.

Nella bella stagione la nostra lavagna erano le lastre di marmo, disposte verticalmente in cortile, su cui ci divertivamo a scarabocchiare col carbone immagini fantastiche e qualche parola.

 

Intorno a un foglio di carta.

C’è, nello studio di casa Ghidotti, il quadro di una Madonna, mi pare Addolorata, che viene conservato con affetto: è un disegno di papà Michele, maestro di disegno alla Scuola Serale.

Io, che ero alla fine della scuola elementare, la domenica mattina, dopo la messa dei bambini, andavo con lui che mi lasciava al corso di disegno del maestro Mascheretti, nel seminterrato delle scuole di via Galignani, dove teneva lezione ai giovanotti delle serali.

I miei modelli erano le foglie ingiallite, raccolte per strada, colle loro nervature, i margini seghettati: con matite di varia durezza mi impegnavo nelle sfumature, negli sfondi, per farne risaltare i contorni.

 

Un sacco di creta.

Per modellare, il papà usava un materiale raro e costoso: la plastilina che, dopo l’uso, veniva rimpastata e riutilizzata più volte. Non si trovava facilmente in commercio. Si ripiegava allora sulla creta, che nelle fornaci era usata per i mattoni.

Un giorno, mi fece salire sul sellino della moto e raggiungemmo la valle di Adrara. Sul greto di un torrente, spostate le foglie, raccogliemmo della creta di color verde scuro che collocammo in un sacco di iuta per il trasporto. Dopo averla impastata a dovere, venne utilizzata per molto tempo per piccole sculture, bassorilievi, lasciati poi essiccare al sole.

 

Uno scalpello in mano.

Nella “bottega” del marmista Ghidotti, lo strumento principe era lo scalpello. Con colpetti ben assestati serviva per creare bassorilievi, per incidere epigrafi funerarie.

Gli scalpelli si usuravano e rompevano in continuazione; bisognava forgiarli di nuovo: la fucina era sempre in funzione. Il papà, con rara abilità, batteva sull’incudine i ferri dando loro varie forme, poi li temperava, immergendoli rapidamente in un secchio d’acqua.

Il materiale che più facilmente si prestava ad essere lavorato collo scalpello era la pietra di Sarnico. Appena io e mio fratello avevamo imparato e tenere in mano il martello e lo scalpello, il papà ci metteva davanti un pezzo di questo materiale e ci insegnava a regolarne i lati con squadra e riga.

 

Daniele e Piazzetti.

Ho avuto la fortuna di vedere ancora all’opera il nonno Francesco, scomparso nel 1941; benché avesse passato i settanta e la vista corta, lavorava di scalpello in “bottega.” Più tardi comparvero due “picaprede” che durante la settimana stavano in casa nostra. Mangiavano e dormivano su due brande in laboratorio. Venivano da Chiari in bicicletta il lunedì e vi tornavano il sabato.

Daniele, con abilità straordinaria, disegnava a memoria i soggetti e ne ricavava dei bassorilievi, che si possono riconoscere ancora oggi in qualche cimitero. Noi ci incantavamo davanti al suo banchetto: con pochi tocchi faceva comparire colonne spezzate, Cristi che battevano alla porta, Madonne piangenti e passiflore. Questi fiori erano la sua specialità.

 

Un treno per Bergamo.

Era il 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, avevo scelto di frequentare il liceo scientifico di Bergamo. Le iscrizioni, per quell’anno, si ricevevano al Sarpi, sfollato in città alta. Per arrivarvi, in quella fine estate, era possibile solo in bicicletta: quella colle ruote piccole, da ragazzo. Ma per l’inizio della scuola, la prima liceo, era entrato in funzione il treno, con un’unica corsa.

Il ponte sull’Oglio era ancora impraticabile per i bombardamenti e il convoglio, formato da carri-bestiame, partiva dal Cividino la mattina alle quattro e un quarto e portava operai a Bergamo e a Milano per l’ora dell’inizio del lavoro. La sera, la corsa di ritorno non aveva orario: si poteva arrivare a Palazzolo alle 19 o alle 23. Quindici ora lontani da casa per quattro ore e mezzo di lezione!

Sul treno, dal 1949 mi accompagnava mio fratello Luigi. Ci lasciavamo all’uscita della stazione: io a pochi passi avevo il liceo e lui, in Borgo S. Caterina, l’Accademia Carrara. Per me era l’ultimo, per lui il primo anno di scuola a Bergamo.

 

La prima esposizione.

Mio fratello uno studio l’ha avuto molto tardi. La “bottega” di famiglia ed il cortile di casa erano i luoghi in cui, su un treppiede col piano girevole, nascevano le sue prime sculture.

Cominciò con la plastilina, poi con la creta da cui ricava i gessi, che erano collocati su un’asse, sistemata sotto la gronda del capannone-laboratorio. Mese dopo mese si allineavano bassorilievi, testine di amici che venivano a trovarlo, la nonna Vittoria ritratta seduta sulla sedia e un bel gallo, fatto direttamente in cemento.

Nel ‘55, dopo sei anni di Accademia, Luigi è scultore. Io metto su famiglia. Il vecchio scalpello, ora è spinto dall’aria compressa, ha la punta di “widia.” I materiali cambiano, non solo marmo bianco di Carrara o pietra di Sarnico, ma Botticino, graniti colorati sempre più duri e difficili da lavorare.

 

Scolpire in Piazza.

Alcuni anni fa, Luigi, in arte Gigi, partecipa, con altri scultori, a queste “performances” in cui si realizzano delle opere davanti al pubblico. Così dal cortile di casa, dove venivano amici e clienti per vederlo scolpire, passa a un pubblico più vasto ed eterogeneo, che non aveva mai visto nascere un’opera d’arte.

Molte volte ho riflettuto su quale rapporto vi fosse fra il soggetto ed il materiale con cui veniva realizzato. Le grandi statue erano in bronzo, che il tempo rendeva più prezioso. Dai sassi di fiume erano ricavate graziose testine, dal marmo bianco bassorilievi e figure astratte; il tutto preceduto da disegni e studi o fatto di getto: appena il tempo di prender in mano il materiale adatto.

Era come se Gigi vedesse già, nel pezzo che aveva davanti, l’opera che avrebbe realizzato. Infondeva in quel materiale un soffio di vita, una parte della sua, con gioia e anche con sofferenza.

 

Le mani che modellano.

Della mano sinistra di mio padre, ricordo ancora il grosso callo che aveva sul mignolo. Mi spiegava, quando ero bambino, che era cresciuto nel punto in cui lo scalpello era tenuto fermo fra anulare a mignolo.

Così osservavo attentamente le mani di Gigi, quando percorrevano con rapidità le superfici di creta morbida: con colpetti misurati faceva emergere nuovi dettagli dell’opera, che nasceva davanti ai miei occhi. La nuova scultura era tenuta umida con un sacco di iuta, pronta per nuovi interventi, fino ad opera compiuta.

Tornava il panno umido, come quello che mamma Angela usava per cancellare i disegni dal tavolo di cucina. Questa volta però l’opera di Gigi rimaneva sul treppiede, testimonianza della sua maturazione artistica.

Mi è venuta così, questa introduzione alla “personale” per i settant’anni di Gigi, che è anche una “famigliare” dei Ghidotti: nonno Francesco e papà Michele. Da li è venuta l’aria che ha reso possibile questa primavera dell’arte.

Francesco Ghidotti