LA TORRE COSÌ ALTA

pubblicato il: 1 maggio 2013
da: Il Giornale di PALAZZOLO s/OGLIO

 

Perché Palazzolo ha costruito una delle torri più alte d’Italia? Oggi sappiamo che la nostra Torre è una delle più alte d’Italia. Nel 1830 i Palazzolesi non erano in grado di fare dei confronti con altre torri: se la sono trovata davanti e basta. Risposta troppo semplice e ovvia.

Ci domandiamo: i nostri compaesani avevano proprio intenzione di innalzare un monumento così imponente? Secondo me, no. È venuto su a poco a poco.

Prendiamo le mosse dal 1803, quando il Consiglio comunale affronta il problema del nuovo campanile. Interpellato, il perito C. Antonio Manna, aveva assicurato che il torrione della Mirabella era idoneo a sostenerne il peso e aveva proposto una prima soluzione. Un altro progetto era stato predisposto nel 1804 dall’architetto Giuseppe Zuccoli, incaricato di difendere gli interessi dei Palazzolesi nel confronto con l’architetto Elia di Bergamo, nominato dai Clarensi. Lo Zuccoli confermava che il torrione avrebbe potuto sostenere un campanile alto 85 braccia bresciane che, aggiunte alle 30 del basamento, sarebbe arrivato a 115, pari a 55 metri.

Il nuovo “impianto” come l’aveva definito l’architetto Capitanio di Bergamo nel 1809, era un campanile alto circa 50 metri, a base poligonale, poggiato sulla torre del Castello e non aveva nulla a che vedere colla Torre odierna. Rassicurati gli utenti dalla seriola di Chiari, che scorre sotto il castello, circa la solidità della nuova costruzione, il 23 giugno 1813, duecento anni fa, sono assunti i primi manovali e inizia, dopo 10 anni dalla delibera comunale, l’edificazione della Torre.

Il Bonari scriveva sul giornale L’Oglio del 1912 che in una riunione del 20 luglio 1820 si fece il punto sull’opera intrapresa. Negli anni 1813-14 si era saliti di 13 braccia sopra il livello della Mirabella; ripresi i lavori nel 1818 con l’aggiunta di altre 22 e infine altre 28 nel 1819. In totale 63 pari a circa 30 metri sopra il basamento. Il nostro Manna era il direttore dei lavori, a cui sovrintendeva Vincenzo Bettoni, I.R. capo maestro d’acque e strade, responsabile dei lavori della regia strada postale.

 

Il lato artistico.

Intorno alla Torre fervevano in quegli anni gli interventi, programmati dal governo austriaco del Lombardo Veneto, per il rifacimento dei tronchi di strada postale, che attraversava l’abitato, cominciando dalla Cesarina giù fino in Piazza e su verso il Maglio, passando proprio ai piedi del nuovo campanile. Convenivano sul posto ingegneri e capi mastri che non potevano non osservare l’opera avviata dai Palazzolesi. Infatti l’ingegnere capo Bettoni il 3 aprile scriveva delle osservazioni tese al miglioramento del progetto steso dal Berenzi nel 1810.

“Volendosi finalmente proseguire ad ultimare l’importante opera della nuova torre da erigersi sopra il bastione a mezzogiorno del castello di Palazzolo, dietro l’ordine superiore di passare ad una regolare perizia di tutta l’opera di che si tratta il sottoscritto dimandato dal sig. cancelliere censuario di Chiari ing. Viganò per assisterlo nella compilazione della perizia dietro alcune riflessioni fatte nel esaminare col medesimo la località ed il disegno Berenzi fatto nel 1810 sul quale è stata incominciata una parte del lavoro la fabbriceria del comune ha dimostrato desiderio che l’idea… dell’intraprendimento dell’opera si assecondata dalla vista della maggior possibile economia senza trascurare  preventivamente ogni e qualunque operazione che valga precisare dati certi sopra i quali basar possa le sue misure nel procedimento degli opportuni fondi e possa la superiorità  coi dati medesimi appoggiare la sua approvazione.”

Il “progetto Berenzi”, che si ritiene lodevole e plausibile in quanto riguarda la scelta della forma e le dimensioni generali, ha però alcune parti che non corrispondono al buon successo dell’esecuzione delle quali è consigliabile un cambiamento e riforma:

“1 – Si osserva che non è regolare il dimezzare il fusto della torre colla disegnata fascia a doppio rissalto mentre resterebbe così interrotta la bellezza continuata del fusto medesimo.

2 – È poco ragionevole il disegnato tablò dell’orologio…. Un corpo piano di larghezza braccia 9 riposto sopra la curvatura del fusto o molto più sopra l’indicata fascia coi suoi sporti veduto di profilo riuscirebbe disgustoso a guisa di un gran masso sporgente posto là senza sostegni riccamente caricato di statue, che non hanno un corrispondente sostegno e che sarà bene di omettere sì con maggiore semplicità e bellezza che è per economia.

3 – Il condurre da un estremo l’ordine bugnato anche nel piano superiore delle campane è troppo rustico per cui non sono poi convenienti gli ornati sovrapposti, cosa meglio intesa sarebbe a mio credere, il limitare il bugnato al primo ordine facendo il secondo più delicato e affatto liscio decorandolo con ornati semplici e collocati con proprietà.

4 – Alcune modanature, poco sporgenti, non corrispondono alle regole d’ottica, avuto riguardo ai differenti punti del Paese dai quali si scorge la Torre.

5 – Le balaustre di parapetto proposte al piano della torre ed al piano delle campane sono di un gusto troppo barocco.

6 – Il disegno Berenzi per la pratica esecuzione è troppo ristretto non presentando egli che il semplice elevato prospettico, è duopo quindi del relativo spaccato e del dettaglio in grande delle varie parti primarie della fabbrica onde potere con precisione e cautamente eseguire l’operazione.

Le quattro unite tavole presentano il progetto dal sottoscritto riformato al bisogno. Passando adesso al merito dell’impiego di materiali, giova osservare che i mattoni sono l’elemento ed il materiale più essenziale e considerevole e vogliono esser fatti di argilla pressoché della medesima qualità e che i medesimi siano di sorte rigi più che sia possibile pel effetto del passaggio dai mattoni  al color della pietra bianca di Rezato o Virle dei riporti e corniciati cui la torre  alternativamente dev’essere adorna, raccomandando che i medesimi siano cotti al conveniente grado di calore. Se si avesse a porre in opera mattoni di fornaci di differenti località delle vicinanze, variando i medesimi nella bontà o nel colore l’opera riuscirebbe incompleta.

Qui viene a proposito il Piano stabilito dagli amministratori o fabbriceri con effetto di molta economia, di far trarre in luogo vicino buona provisione di argilla a tempo opportuno per far eseguire gli occorrenti mattoni per cui se si prevederà di vista le riferite circostanze rapporto ai mattoni medesimi l’opera riuscirà di una bellezza uniforme e riesciranno i mattoni realmente di minor spesa. E’ bene poi ricordare che la pratica esecuzione dei lavori sia assegnata ad esperto architetto il quale ne abbia la direzione, ed eseguisca le sagome di tutte le membrature della fabbrica. Finalmente sull’oggetto della riflessibile diminuzione del fatto, della spesa risultante dalla Perizia, in causa delle gratuite condotte. Io ho poste appostatamente le partite delle condotte in discorso, sopra cui la fabbriceria potrà far compilare una tabella indicante i mezzi di trasporto e la quota di compenso relativo al mantenimento delle bestie o dei condottieri, da cui risulti la somma reale di diminuzione  alla Perizia, come pure sarà bene che la fabbriceria faccia conoscere alla superiorità i risultamenti delle di lei esperienze in merito dello sparano che si può ottenere per la fabbricazione dei mattoni cui si è parlato di sopra.”

Giuseppe Viganò imp. delegato

V.Bettoni regio Capo Mastro del corpo acque e strade

Il 18 giugno1818, il Bettoni scriveva alla Fabbriceria, responsabile del finanziamento della Torre che: “A scrutinio di sana architettura, rialzare il piano delle campane e lo zoccoletto sotto la balaustrata e piano di dette campane, allo scopo di rendere meno pesante (tozza) la Torre.” Aggiungeva che “ridotta in queste proporzioni per instancabili opposizioni dei Clarensi, sarebbe stato opportuno accrescere lo sporto dello zoccolo sopra la prima balaustrata che di troppo disdice l’assegnata sagoma, ma questo essendo già formato converrà ritenerlo quantunque urto faccia con occhio intelligente .”

Dopo l’interruzione di quattro anni, il 26 giugno 1818, rimossa la copertura provvisoria del tronco già costruito, riprendevano i lavori. Per superare la bassezza della Torre, come aveva suggerito il Bettoni, vien interpellato il prof. Giuseppe Marchesi perché fornisca un altro disegno nel quale, congiunta alla semplicità…

I deputati il 29 dicembre lo trasmettono al Bettoni con questa nota “ritenuta intatta la parte già costruita, formossi un disegno nel quale congiunta alla semplicità vi è la proporzione congrua e l’eleganza, onde l’opera è riuscita bella e senza grave dispendio; un’opera che dovendo essere tramandata alla posterità è bene che sia degna dell’illuminato secolo in cui viviamo.”

La delegazione di Brescia, a mezzo del suo ingegnere capo, l’11 marzo 1819 risponde che il nuovo disegno, nel mentre presentava nel totale regolarità di forma, idea più svelta, non avrebbe potuto non incontrare forti ostacoli cogli utenti le acque della seriola, essendo stato pattuito che l’altezza non avrebbe potuto eccedere quella indicata nel progetto Bettoni. Nonostante le riserve dell’autorità provinciale, i Clarensi non avanzarono altre opposizioni, e i lavori poterono proseguire.

Il disegno di Pietro Ronzoni del 1823 ritrae la sagoma della Torre nel momento in cui si stanno collocando le colonne della cella campanaria. Sulla destra è visibile la nuova strada postale.

Proprio sul numero delle colonne, originariamente 10, si era avanzata l’ipotesi di ridurle a otto per motivi economici. Per decidere sul da farsi viene invitato il Capitanio per un suo parere. Tempo otto giorni, egli conferma per iscritto l’originale previsione, per non pregiudicare l’estetica della costruzione. E così avvenne. Le colonne erano state comprate dal comune di Bergamo; destinate all’arco napoleonico, progettato dal Quarenghi. Iniziato nel 1812, non venne terminato per l’arrivo delle armate austriache. E così le colonne sono finite sulla Torre di Palazzolo.

Il 13 novembre 1824 lo scrittore Davide Bertolotti, da Telgate, arriva a Palazzolo. La Torre non è ancora completata, ma vi sale e descrive ciò che si vede dalla sommità del monumento.

“Sopra un torrione della rocca venne di fresco innalzato un altissimo campanile rotondo, molto rassomigliante nella forma al faro di Genova. Dalla sommità di questo campanile, il quale verrà decorato di eleganti scolture del Marchesi, lo sguardo dilettasi nello spaziare sopra una scena che accoppia l’ameno al grandioso. Tra settentrione e levante, scorgesi Capriolo vaghissimamente assiso sull’estremo pendio di un monte a cui il santuario di sant’Onofrio incorona la cima. Indi girando a diritta, segue un lungo tratto di monte in vetta al quale la torre de’ Barniani mezzo sfasciata riposa. Strane cose si raccontano in questa torre avvenute, al tempo della sfrenata potestà signorile; e il contadino che per tradizione ha imparato le lamentevoli istorie, gode nell’atto di vederla al pensare che riparato da giuste leggi, uguali per tutti, temere or più non dee che una violenta mano gli rapisca la moglie o la figlia. Sotto biancheggia Adro, poi succede una linea di colli tra’ quali sorge Erbuschio e la villa de’ Fenaroli. Torreggia quindi il Monte Orfano che lungi si stende nel fondo, e forma come il limite tra l’alto e il basso paese. Si schierano allora agli occhi le pianure senza fine del Bresciano, del Bergamasco, del Cremonese, del Lodigiano, del Milanese, dalle quali spuntano centinaja di paesi che rompono l’uniformità della veduta; mentre l’eminente torre di Cremona, e la maggior guglia del Duomo di Milano sorgono nel vastissimo orizzonte come obelischi innalzati a segnar le distanze. Da ponente a settentrione e da settentrione a levante un prospetto di tutta vaghezza si affaccia. Mirasi in lontano Montavecchia cogli antichi alberi che ne ombreggiano il giogo, e più in qua Bergamo, sì leggiadramente collocato sovra un’aprica pendice, e più accosto ancora i colli di Trescore e di Val Calepio, fertilissimi, popolatissimi pieni di paesetti distinti dagli alti lor campanili; ed a questi colli fa come siepe una giogaja di monti, dietro i quali tratto tratto spuntano gli altissimi gioghi delle Alpi, sulle cui nevi secolari il sole spandeva in quel giorno un torrente di luce dorata. Questo magnifico prospetto si gode dall’alto della torre di Palazzolo, ne meno è piacevole a vedersi il corso dell’Oglio, che limpida qui volge l’acqua come il Rodano all’uscir dal Lemano, e forma, presso al ponte, una vaga isoletta, coltivata a giardino, ed animata da molti molini. Un canale che si trae dal fiume, contribuisce a rendere vivace la scena.”

 

Francesco Ghidotti