LA CHIESA DI S. ANTONIO E L’OSPEDALE DEI MONACI ANTONIANI

pubblicato il: 6 maggio 2005
da: La Voce di Palazzolo

Nel 1353 inizia la sua attività nel bresciano un ordine monastico fondato a Vienne nel Delfinato in Francia, particolarmente dedito alla diffusione del culto di S. Antonio abate e specializzato nell’assistenza dei pellegrini e degli ammalati, e nella cura dell’herpes detto appunto fuoco di S. Antonio e in genere delle malattie della pelle comprese quelle veneree, dette morbo gallico o celtico.

Gli Antoniani subentrano nell’ospedale di S. Giacomo dei Romei o del Mella, agli Umiliati, che lo gestivano dal 1234 e ormai “decaduto e del tutto deserto”.

Questi monaci andavano in giro a questuare e si servivano di due espedienti per raccogliere elemosine: facevano allevare dalla gente dei porci dedicati al Santo, che poi vendevano tenendo il ricavato; giravano con edicole o altarini mobili del Santo, che aprivano a pagamento per mostrarlo ai fedeli.

A Palazzolo gli Antoniani avevano posto un loro ospedale sulla Riva, due stanze, accanto all’oratorio dedicato a S. Antonio Abate. Nel 1374 in un documento riguardante esenzioni fiscali per i loro ospedali, figura un “frater Antonius, preapositus fratrum de Palazzolo”. Questi frati non erano numerosi, ma vennero in loro aiuto altri confratelli colle famiglie a servire l’ospedale per il resto della vita.

L’ospedale di Palazzolo è menzionato, insieme con quello di Brescia, in un documento del 1406 con cui Pandolfo Malatesta riconferma l’esenzione da qualsiasi imposta per i monaci, i loro coloni, mezzadri, dipendenti e famigli. Esenzione riconfermata nel 1426 dal doge Francesco Foscari.

Mi pare di capire che la prosperità di questo ordine, che possedeva nel territorio palazzolese cascine e terre per circa cento piò, coincide con la decadenza di un altro: quello degli Umiliati, che aveva da due secoli una casa a Palazzolo, trasferita poi a Brescia. I confratelli Umiliati potrebbero essere passati fra gli Antoniani con tutti i loro beni.

Nel 1537 Papa Paolo III, con sua bolla, aveva unito le case bresciane degli Antoniani all’Ospedale cittadino, disponendo che le rendite, che la pietà popolare aveva costituito in oltre due secoli, andassero a beneficio degli infermi ivi ricoverati. La chiesa di S. Antonio ed i beni dei monaci palazzolesi furono così trasferiti all’Ospedale Grande di Brescia.

La prosperità raggiunta dall’ordine fa gola al clero del tempo ed i beni trasferiti all’Ospedale di Brescia, sono dati in commenda alle famiglie più potenti. Amici e familiari di Papa Paolo III erano i vescovi Duranti e nel 1537 i beni degli Antoniani di Palazzolo sono loro dati in commenda.

Dieci anni dopo, il 23 aprile 1547, Giorgio Duranti fu Nicolò prende in enfiteusi dall’Ospedale di Brescia i seguenti beni: a) una casa in Palazzolo, b) tre cortivi fuori Palazzolo con 38 pezze di terra costituenti 102 piò e 56 tavole per il prezzo di L.70 al piò, con l’obbligo di un interesse del 5% fino al momento dell’intero pagamento, che doveva avvenire entro quattro anni.

Il 26 novembre dello stesso anno la fraterna Duranti sborsava L.4.774,13 plt. per estinguere parte del debito che sarà saldato completamento nel 1557. Questi beni andavano ad aggiungersi a quelli che le famiglie Duranti andavano accumulando in quegli anni nella campagna di Riva.

Nei documenti della visita pastorale del 1572, mons. Pilati scrive che la chiesa di S. Antonio è abbandonata e completamente squallida, vi è però l’obbligo di far celebrare una messa per ogni settimana dando per elemosina 5 lire, chi ora celebra è il curato don Giuliano de Giuliani.                  Il vescovo impone che sia restaurato il tetto, che minaccia di rovinare, sia ornato l’altare o il titolo sia trasferito nella chiesa parrocchiale collo stesso obbligo della messa.

Altri obblighi sono imposti dal vescovo Marin nel 1599; nel 1648 ci sono ordini perché si celebri nell’oratorio di S. Antonio quotidianamente per un legato fatto dal fu mons. Pietro Duranti, già arcidiacono della cattedrale di Brescia.

Nel 1650, l’Ospedale di Brescia concede ad Ottavio Duranti, con un precario amovibile a piacere, la chiesa di S. Antonio, “quale altre volte era di ragione dell’Ordine di S. Antonio di Vienne, con li suoi paramenti per farla officiare a piacere di detto Ottavio con li patti stabiliti nell’atto notarile.” Atto confermato nel 1682 in cui la concessione era fatta a Durante e fratelli Duranti.

Nella visita del 1670 è ricordato agli eredi di Francesco Calzi l’obbligo di una messa quotidiana in S. Antonio per il legato del detto Francesco fatto con testamento del 1653. Dal 1709 al 1720 affluiscono varie offerte da membri delle famiglie Duranti per l’altare nuovo della chiesa. Nel 1709 l’oratorio è retto dal conte Gerolamo Duranti e vi celebra don Francesco Cacciamatta. Cento anni dopo, nel 1819, il parroco Chiodi scrive nella sua relazione che la cappellania Calzi, già soppressa, era stata rimessa ed è amministrata dalla famiglia Maza, che però da alcuni anni non fa celebrare le messe.

La chiesa, ampliata ed abbellita più volte rimase di proprietà dell’Ospedale Maggiore di Brescia fino al 1838 allorché passò alla Fabbriceria palazzolese. Vi si festeggia anche S. Anna.

Bisogna aggiungere che la chiesetta di S. Antonio della Quadra di Riva, venne costruita sopra un insediamento romano.

Scrive infatti l’arch. A. Lazzaroni in una sua relazione: “il 15 febbraio 1988, durante i lavori di rifacimento del pavimento della chiesa, fu rinvenuta una vasca in muratura probabilmente di forma rettangolare interpretabile forse coma cisterna di età tardo romana.” Chi entra in chiesa scorge a destra dell’altare un vetro e può osservare questa cisterna “che ha andamento obliquo rispetto all’asse longitudinale della chiesa.” Il pavimento della vasca è in cocciopesto rustico e le pareti sono costruite con file di sassi di fiume intercalati da tegoloni a bordo rialzato e pezzi di mattoni e tavelloni in laterizio. Il manufatto, che può essere datato tra il III° e IV° secolo dopo Cristo, esaurita la sua funzione di raccolta delle acque piovane, divenne ricettacolo di ogni specie di rifiuto domestico.

Osservando l’esterno dell’edificio è facile scorgere avanzi di murature antiche, che meriterebbero di essere studiate più a fondo.

 

Francesco Ghidotti