IL “RAM” E LE ISOLE DEI MOLINI

pubblicato il: 13 gennaio 2006
da: La Voce di Palazzolo

Autorevoli studiosi hanno scritto di recente che il molino ad acqua è stato lo strumento di una rivoluzione tecnologica, economica e sociale del Medioevo. Infatti è la sola vera macchina di questa lunga epoca, che precede l’era della meccanizzazione, aperta in Occidente dalla rivoluzione industriale del XVIII secolo. Anche da noi, lungo il corso inferiore dell’Oglio, almeno dal XII secolo, si erano venuti moltiplicando molini ad acqua, documentati da atti e descrizioni del fiume.

    

Molini a nord di Palazzolo.

Sulla sponda sinistra del fiume, nel 1482 è indicato un molino con quattro ruote di proprietà del comune di Adro, così risulta ancora nell’estimo del 1750. Più a sud, di fronte al Cividino, c’erano altri due molini: quello del “pilù” con tre e quello del “mugazone” con due ruote. Il primo di proprietà di un privato, nel 1278 era venduto ai frati dell’ospedale di Erbusco. Il secondo, fin dal 1333 della Pieve di Palazzolo, nel 1440 era dato in enfiteusi all’ospedale di S. Antonio di Erbusco.      I due molini erano poi entrati a far parte del patrimonio del comune di Erbusco e nel 1750 risultavano affittati: il molino del “pilù” agli eredi di Andrea Cavalleri e compagni molinari e quello del “mugazone”, a Santo Corione.

 

I molini di Palazzolo.

Un aspetto caratteristico dell’antico borgo palazzolese era indubbiamente costituito dalla presenza dei molini, posti sulle isole che separavano il corso del fiume dalla sua derivazione, il famoso “ram”, ramo orientale creato artificialmente dagli “homines” palazzolesi. Questi isolotti erano luoghi ideali per la pesca, ma quando venne costruita la chiusa nella prima metà del XII secolo le quattro isole furono destinate ad ospitare i molini. Ognuna collegata alla terraferma con un ponticello che superava il “ram”.

Come si legge nella descrizione del 1482, al di là della Porta dei molini, “antiquitus”, i Palazzolesi avevano costruito una “chiusa fata di sassi vivi, larga circa brazza sei et longa circa cavezzi cinquanta, la qual traversa et sostiene tutta l’acqua del fiume Oglio, … la qual chiusa fu fatta per gli uomini di Palazzolo et fa macinar otto case da molino computtata una mola; ciascheduna delle quali case ha uno et doi rami et ditte case sono da doman parte al fiume principale d’Olio tra ditto fiume et il ramo che sostiene detta chiusa.”

Da ciò si deduce che l’opera fondamentale, per consentire l’utilizzo degli isolotti che emergevano dalle acque del fiume, fu lo sbarramento, largo quasi tre metri e lungo 15, che attraversava tutto il letto dell’Oglio e creava il ramo orientale, detto poi dei molini.

Il sorgere delle case da molino, sia comunali che private e dei comuni di Bornato e di Calino, fu certo frutto di accordi e concessioni da parte del vescovado di Brescia, cui era stata concessa dall’autorità imperiale la proprietà del fiume.

Al principio il nostro comune possiede due molini: quello di sopra con tre ruote e quello di sotto con due, ai quali se ne aggiunge un terzo (di mezzo) con due, poi con tre ruote dopo la ricostruzione del 1460. I “cives” Antonio e Matteo Schilini, Cristoforo Zamara e Martino de Azano possedevano dei molini.

Prima del 1509 si era aggiunto quello della “pesta”, già degli Schilini. Nel 1602 il comune acquistò dai “cives” il molino della porta, già degli Zamara.

Negli Statuti comunali del 1425 ci sono prescrizioni dettagliate circa la macinazione delle granaglie e l’obbligo, per i Palazzolesi, di servirsi dei molini della comunità.

Nella descrizione del Baitelli del 1643 è scritto che “nella parte superiore delle case di Palazzolo col mezzo d’una traversa col suo binatore, l’acqua del fiume si sostiene et girano una dopo l’altra le ruote infrascritte: il molino della terra di Bornato con tre ruote, il molino di Calino con due ruote, quattro molini della terra di Palazzolo con dieci ruote, una macina per ollio, una rassica, una mola. Il binatore è di braccia 13, il molino della Vertora di due ruote, il molino del comune di Palazzolo con tre ruote.” In tutto sono otto molini con venti ruote.

Nel 1686 il comune era entrato in possesso di quello di Calino, trasformato in maglio, e nel 1695 di quello di Bornato. 

Nel 1728 sono perciò sei: in due secoli si erano raddoppiati.

Una interessante rappresentazione grafica della zona ci viene offerta dalla mappa a colori compilata dall’ing. Merlo nel 1752.

Nel 1787 erano ridotti a quattro, due erano stati trasformati in maglio e macinatora dell’olio.

Nei primi anni dell’’800, per far fronte alle ingenti spese sostenute “per il mantenimento delle truppe francesi, che questo povero Comune ha dovuto sopportare per un anno intero, dal giugno 1800 a tutto maggio 1801, il forte carico del mantenimento delle truppe suddette non solo di passaggio, ma d’un forte numero di stazione, oltre alle grandiose requisizioni fatte agli individui di questa terra, non che alle comuni di questa Quadra”, il comune vende quatto molini. L’ultimo, quello della “pesta”, è ceduto nel 1830.

Disegni di quegli anni mostrano l’aspetto del complesso delle isole collegate alla via Molini con vari ponti.

Nuove tecniche avanzano anche in questo settore e nel 1870 Isidoro Delafosse, compra alcune isole e impianta un molino di tipo americano che funzionerà per sei anni.

Nel 1875 Schmid e Niggeler costruiscono il loro cotonificio, nel 1888 la Niggeler e Kupfer modifica profondamente le isole unendole e innalzando ampi fabbricati.

Nel 1958 comincia l’interramento del ramo, nel ’60 il cotonificio chiude definitivamente.             L’area viene acquistata dal Comune ed oggi, area comunale ed area demaniale, sono utilizzate a parcheggio.

Non c’è area a Palazzolo che abbia subito una così radicale trasformazione; è rimasta sulla carta l’idea, accarezzata negli anni passati, di realizzare qui il nuovo centro cittadino.

 

Francesco Ghidotti