I COSTA, UNA FAMIGLIA DI NEGOZIANTI E ARTISTI

pubblicato il: 23 giugno 2000
da: La Voce di Palazzolo

 

Martino de la Costa, estimatore comunale nel 1469, risulta avere casa vicino alla Rocchetta di Mura; suo figlio Giacomo nel 1492 ha una pezza di terra nella via de Tezio, sempre a Mura.

Nel 1501 è ricordato Giovanni di Martino, estimatore, che muore nel 1505; gli subentra Giacomo, che troviamo in tale incarico anche nel 1509. Inoltre nel 1501 sono elencati Bartolomeo, Glisente e Pecino di Giovanni. Nel 1530 Antonio Costa è sindaco e procuratore del nostro Comune. Nel 1565 fra gli “homines” figurano Andrea, Antonio, Bortolo, Giacomo e Giovanni de la Costa.

Col passare del tempo i “della Costa” diventano “Costì”, nell’estimo del 1641 risultano possessori di terra Maurizio fu Gio. Pietro, Ottavio fu Orazio e Santo detto “zucchello”. Nel 1678 Camillo Costa del Cividino, ha una bottega di macellaio. È sposato con Caterina Scaramuzzetti, che rimasta vedova, si risposa nel 1687 con Francesco Masneri. I suoi due figli sono Orazio (n.1677 e morto nel 1758) e Giacomo.

Giacomo Costa (1683-1775) figlio di Camillo e Caterina Scaramuzzetti, sposatosi tre volte, è un “agiato negoziante nel paese“, abita in contrada del Carvasaglio. Nel 1727 dichiara di avere 44 anni e due figli maschi: Camillo di 18 e Paolo di 9 anni.

Nel 1744 “ha moglie, un figliolo ammogliato con un figlio piccolo, e quattro figlie del primo letto nubili, fa spedittione de colli di mercanzia, fa filare quattro fornelli con capitali la maggior parte non proprij sopra i quali paga il pro et anco l’affitto del ricovero dei colli, può haver di utilità a nostro giudizio de scudi cento con quali alimenta se e la sua famiglia.”

Dal 1750 al 1768 aveva tenuto in affitto il filatoio Palazzoli e negli anni ’60 acquistato per 18.000 lire dei terreni che vendette poi dal 1772/73 anni di crisi del settore serico. Nel 1764 figura nell’elenco degli originari già forestieri.

Il figlio Camillo, diventato prete, era morto giovane “consumato dall’eccesso di vino”, l’altro Paolo aveva sposato Barbara Morbio. Delle quattro figlie, Angela si era maritata con Francesco Rosa, è la madre del nostro Vincenzo Rosa che nelle sue Memorie così parla del nonno Giacomo: “Mio nonno Costa, suo figlio Paolo ed i miei cugini Giuseppe e Gaetano, avevano un bel roccolo doppio, alquanto distante, ma vi uccellavano benissimo. Anzi quel mio avo nella sua gioventù era stato il primo a piantare roccoli nella nostra campagna ed era sempre stato un abilissimo uccellatore. Ma nella sua vecchiezza commetteva molti falli e puerilità nell’uccellare e nello stesso tempo era bisbetico, bizzoso ed intollerante e intollerabile.”

Nel 1751 compare fra gli eletti a seguire la fabbrica della nuova parrocchiale per la quadra di Mercato ed è uno dei tre sindaci presenti il giorno 18 aprile alla posa della prima pietra. In seguito si schiera con il partito signorile in difesa dei banchi privati. Muore a 90 anni nel 1775.

Costa Paolo di Giacomo (1718-1796), dal matrimonio con Barbara Morbio del 1741 erano nati Giuseppe (1742), Maria (1748), Gaetano (1750), Paolo (1754) e Maria Caterina (1757). Giuseppe è notaio e cancelliere della roggia Fusia dal 1777 al 1787 e roga atti dal 1770 al 1787, anno della sua morte. Gaetano, coetaneo del Rosa e compagno di sua puerizia, frequenta la scuola pubblica della Carità dove quattro maestri preti insegnavano a leggere, scrivere e far di conto. A questo proposito scrive il Rosa “nell’anno 1763 venne a quella scuola Casagrandi ancora mio cugino Gaetano, ma sebbene fosse stato ed a quella dell’Omboni un anno prima di me, così anche ad un’altra in Brescia con suo fratello Giuseppe e con altri coetanei di Palazzolo e ad un’altra in Telgate, ciò nonostante quando venne alla scuola Casegrandi, si trovò molto a me inferiore di classi.” Nel 1775 era diventato chierico e studiava teologia insieme al Tosa e ad Andrea Pezzoni. Poi “era passato a vivere nella casa del similmente più volte accennato Cavalier Duranti, mio padrino, – dice il Rosa – per farvi compagnia di spesso al di lui figlio minore Carlino, se ne allontanò in quel autunno per dissensi di affari succeduti fra le due famiglie.” Diventato prete, negli anni della rivoluzione è in prigione a Brescia per aver fatto il Giudice di Pace a Nuvolera.

A un’altra famiglia Costa appartiene Gerolamo di Francesco e di Antonia Tamanza, nato nel 1710, “un buon gobbetto nostro vicino di casa – scrive il Rosa – il quale faceva il sarto di donna unitamente ad un suo fratello. Faceva egli pure scuola e l’aveva fatta a qualche altro piccolino, ed aveva il concetto di essere bravo per questa scuola iniziale. Fu a lui parlato della mia piccola persona, e mi accettò, cioè accordò che fossi a lui condotto a prendere lezione alfabetica e poi tosto ricondotto a casa.” È da lui che il Rosa, a circa tre anni, impara a conoscere le lettere dell’alfabeto.

Va infine ricordato che il Fabi nella sua Corografia del 1854 cita “un Andrea Costa, che si acquistò fama e ricchezze nella città di Londra quale violinista” ed il Cocchetti precisa nella Grande illustrazione del 1858 che “il violinista Costa si arricchì a Parigi ed a Londra, ove dimora, come maestro di musica.”

 

Francesco Ghidotti