GIOANÌ SCANZIET E IL SUO RISORGIMENTO

pubblicato il: 01 gennaio 2011
da: Il Giornale di Palazzolo s/O

Insieme a Francesco Colombi, Ermenegildo Foglia e Federico Svanetti, c’era Gioanì Scanziet quando, nel marzo 1848, “divorati i settanta chilometri che li dividevano da Palazzolo, dopo quattro anni vedevano profilarsi nel cielo la loro Torre.”

Quattro anni, dal 1844 al ‘48 trascorsi nel reggimento di fanteria austriaca di stanza a Graz, e impegnati poi nello scontro di Pozzolengo (28 marzo 1848) contro i Piemontesi.

Nella fanteria i chiamati alle armi rimanevano in ferma militare per otto anni, negli altri corpi dodici, senza nessun periodo di licenza.

I nostri quattro coscritti furono coinvolti nelle battaglie della Prima guerra per l’Indipendenza, che si concluse colla “fatal Novara”.

Ci sono dettagli di questa storia risorgimentale che hanno dell’incredibile. Il reduce Federico Svanetti li ha raccontati chissà quante volte al figlio Colombo, che con precisione li ha riassunti a Giacinto Lanfranchi, per l’articolo apparso su La Settimana Palazzolese del maggio 1948, nel centenario dell’altro “quarantotto.”

I quattro erano partiti in abiti borghesi, per raggiungere, con marce quotidiane di trenta chilometri, il loro reggimento. Lo intercettarono a Palmanova. Nei quattro anni successivi passarono a Padova, Verona e Mantova. All’inizio del ’48 erano a Brescia. Fra i loro commilitoni c’erano Bresciani e Bergamaschi, sempre al comando dell’Haugwitz. Il 22 marzo, dopo l’insurrezione dei Milanesi durata cinque giornate, gli Austriaci lasciano la Lombardia. Il comandante del reggimento trasferisce tutto il corpo a Peschiera, città del quadrilatero. I nostri avvertono che il loro reggimento italiano era pronto per le “nuove speranze della patria” e più di cento soldati, di stanza a S. Eufemia, passano “armi e bagagli” al servizio delle autorità di Brescia. Il 23 marzo dichiarazione di guerra all’Austria e il Re Carlo Alberto, alla testa dei Piemontesi, avanza verso il Garda. Appena a Pozzolengo avviene il contatto fra i belligeranti, I nostri, come quasi tutto il loro reggimento, si danno, prigionieri ai Piemontesi. Il principe Vittorio Emanuele, alla vista di tanti Italiani fra i prigionieri, esclama: “Andate pure alle vostre case.”                                                                        Ecco il momento atteso da quattro anni, i Palazzolesi divorano i settanta chilometri e tornano             a casa!

Ma la loro libertà è di breve durata. Dopo la sconfitta di Custoza del 25 luglio, tornano fra noi gli Austriaci. I quattro disertori sono lesti nel fuggire verso i colli di Adrara. In seguito, allettati dalla promessa del perdono, si mettono in marcia per tornare al reggimento a Brescia. Avvertiti che rischiavano la fucilazione, ritornano sui loro passi. E comincia per loro un vero calvario. Fuggono in Valle Camonica, ad Edolo sono aiutati dal parroco don Vincenzo Omboni, palazzolese. Dopo quattro giorni, inizia la fuga verso la Svizzera. Scendono poi in Piemonte per arruolarsi nuovamente. Ma purtroppo li aspettava “la fatal Novara”, (28 marzo 1849) coll’abdicazione di re Carlo Alberto. Dopo la pace di Milano del 6 aprile coll’amnistia concessa ai cittadini lombardi e veneti, esuli in Piemonte, possono tornare a rivedere la sagoma della Torre.

Mentre i primi tre sono ricordati nei vari elenchi dei combattenti per il “patrio riscatto” lo Scanziet non vi figura mai.                                                                                                                                   Lo Svanetti non si ricordava il cognome. Per poterlo annoverare, anagraficamente, fra i combattenti della campagna 1848-49, ho consultato i registri dei battesimi e un Morbio “Scanzietti” Angelo, figlio di Bortolo e Elisabetta Marini, risultava nato nel 1829. Era il fratello minore del Gioanì. Ho ricostruito così l’albero della famiglia. Bortolo Morbio di Giovanni aveva sposato nel 1810 Elisabetta Marini da cui aveva avuto otto figli. Giovanni era il sesto, nato il 29 aprile 1825. Erano contadini ed abitavano a Mura. Quando era partito per la guerra erano rimasti in cinque: tre femmine e due maschi, tre maschi erano morti in giovane età.                                                               In un registro del 1873 finalmente ho rilevato i dati sulla famiglia di Giovanni Francesco Morbio che aveva sposato nel 1852 Belotti Lucia, filatrice, e aveva due figli: Caterina nata nel 1853 e Francesco del 1856. La moglie gli era morta a 53 anni nel 1882. Abitavano in Via Carvasaglio.       Il nostro Gioanì vede l’alba del nuovo secolo, muore infatti a 75 anni, nell’aprile dell’anno 1900.

Francesco Ghidotti