A me spettano i ringraziamenti.
A nome della famiglia Ghidotti.
Innanzitutto a Giulio, che era profondamente legato al papà, ha messo il cuore in questo giorno, si sta occupando del sito Ti racconto Palazzolo e molto altro. Grazie.
A Bruno, che è stato affettuoso amico di papà e mamma in questi anni, e oggi ci ha fatto da navigatore tra i ricordi.
A Fabio Fapanni, che ha portato musica da sempre e anche oggi, ed è stato uno degli ‘scolari’ – il papà aveva centinaia di scolari per Palazzolo che lo salutavano e lo rendevano felice – più affezionati, lui quando insegnava parlava sempre di Fapanni, Mondini e Mascheretti.
A Rita Cirillo, per il suo affettuoso ricordo.
A Mario Bertoli, il papà era legato a un rapporto di reciproca stima e amore per Palazzolo.
Il professor Zanni, per la sua amicizia, la condivisione della passione di storico.
A Giulio Alberti, interlocutore brillante come il papà cercava sempre.
Giovanni Zoppi, che ha raccolto e gestito con la fatica che conosciamo, la Fondazione a cui il papà ha dato molto.
Laura Dossi, per il lavoro appassionato sul sito Ti racconto Palazzolo, che continua.
A Clara Martinelli e Daniela Signoroni, per le loro parole commoventi.
Alla Biblioteca, a Roberto e i suoi collaboratori per l’aiuto nell’organizzazione, a Lisa per avermi aiutato con il video. E al Comitato direttivo per l’intitolazione di questa sala, cosa di cui il papà sono sicuro sia tanto tanto felice.
All’Amministrazione comunale, in particolare a Gianmarco, per la sua passione di storico e di amministratore.
Ma vorrei anche aggiungere alcuni ringraziamenti che mi sento di fare, a nome del papà.
Alla sua mamma Angela, che noi non abbiamo conosciuto, scomparsa così presto, quando il papà ne parlava si commuoveva sempre.
Al suo nonno Francesco, all’adorato papà Michele, il nostro mitologico nonno che viveva in mezzo ai marmi, che era sempre capace di aggiustare qualsiasi cosa, una volta … .
I suoi fratelli, che se ne sono andati prima di lui che era il primo, Aldo e Gigi, che tutti abbiamo conosciuto.
A Miriam, che oggi non è qui, ma avrebbe voluto esserci con tutto il cuore. Per essere stata la compagna di tutta una vita di un uomo meraviglioso ma che ha anche richiesto tutta la pazienza del mondo.
A mio fratello Marco, che ha lavorato più di trent’anni a fianco del papà, ed è stato la sua connessione con la vita quotidiana di Palazzolo.
A Stefano, che gli ha dato la sua unica fantastica nipote Benedetta, sarebbe stato così felice di vederla laureata con lode, il mese scorso.
Ai suoi amici della stagione politica, Beppe Orsatti, Luciano, Riccardo, quante sere a casa nostra li ho sentiti discutere, ma soprattutto ridere.
Ai suoi amici storici, il dottor Chiappa, non c’era scoperta o idea che non fosse il primo con cui condividerla.
Il mecenate della biblioteca, il dottor Lanfanchi, quella della donazione e del trasporto fu una felicità assoluta del papà.
Il vecio Paol, figura mitica della nostra comunità.
E gli altri che avete visto nella foto del castello.
I preti, lui ne citava sempre due, don Battista e don Attilio. La fede del papà è sempre stata una roccia. Per quanti anni lui e la mamma hanno recitato la sera il rosario in latino.
I ragazzi dell’Oratorio di San Sebastiano, li avete visti in fotografia, sono troppi per ricordarli tutti.
Le aule di catechismo, il teatro, le riunioni di anni e anni che lo hanno formato.
I maestri e le maestre di una vita passata qui, a scuola: Barberis, Frigeni marito e moglie, Vavassori, Andrigo.
Gli amici di questi anni, ho già citato Bruno, ma poi Tom e Carla, lo zio Fausto con la zia Antonia, Sergio, e la passione per quella casa sopra il lago d’iseo.
La gente di Palazzolo che gli ha voluto bene. Per anni, ogni giorno, chiunque incontravo mi diceva salutami il papà, come sta il papà, chiedi al papà, ho una cosa da far vedere al papà.
Anzi, qualcuno diceva salutami Cichino, Ceco, Francesco, e soprattutto il Maestro.
Come sta il Maestro? Era la frase di tutti questi anni.
Come sta il Maestro.
Il Maestro è stato un uomo felice, in questa comunità. Quanti ricordano il suo sorriso, il suo eloquio, era bravissimo a raccontare e ipnotizzava gli ascoltatori. Fermo sopra un’arcata del ponte, sotto la rocchetta, a fianco del castello, in un balcone della torre, davanti agli affreschi di San Giovanni, sotto il pavimento della chiesa vecchia.
Gli brillavano gli occhi.
Ci ha fatto vedere Palazzolo attraverso i suoi occhi.
Non c’è giorno in cui io scendo a Mura, passo sul ponte, attraverso la piazza, in cui non c’è mio padre insieme a me. Che mi racconta qualcosa.
Lui vedeva. Si capiva che vedeva. La gente sbarrata nelle case per la peste.
San Carlo Borromeo in visita.
Vincenzo Rosa che si batteva per i banchi.
Ha aiutato tutti noi a vedere chi siamo stati e chi siamo.
Negli ultimi anni la sua prodigiosa memoria si era affievolita. Aveva lasciato le carte, i suoi Macintosh, il suo sito, l’archivio in piazza.
Viveva in una leggerezza diversa.
Stava seduto, fra i suoi quadri, al sole del mattino, voleva che il cancello fosse aperto, e chiunque entrava e lo salutava.
“Come stet Ceco.”
“Buongiorno Maestro.”
Fosse Beppe Belotti, a parlare del nonno, dei marmi, del Gigi, o un vicino di casa, o uno scolaro che si fermava con il motorino.
La memoria era andata, rimanevano delle cose.
Gli piaceva il bel Danubio Blu. Le canzoni di Buscaglione. E pensare che eri piccola. La Bohème, “Che gelida manina,…”
Le poesie, quelle se le ricordava.
“La nebbia agli irti colli piovigginando sale.”
Quella se la ricordava tutta.
Le preghiere in latino. Le formule delle benedizioni.
Ma il giorno dell’anno, le ricorrenze, le cose che una volta tanto gli chiedevo su Palazzolo. Lui, che era stato maestro per tutta la vita, ricordava le cose di settant’anni fa, ma non imparava più le cose.
Solo un verso sono riuscito a fargli imparare, in questi anni.
È Dante.
“Era già l’ora che volge al disio
E ai navicanti n’tenerisce l’core
Lo dì c’han detto ai dolci amici addio.”
Ciao papà.
I dolci amici sono qui oggi, e ovunque tu sia sappi che non ti dimenticheremo mai.
Angelo Ghidotti

