Per un appassionato di storia come me, ricordare il maestro Cecco Ghidotti porta da un lato a rivivere con gioia e soddisfazione i numerosi, anche se spicci, colloqui che gli avevo chiesto per raccogliere informazioni sulla storia palazzolese, della quale, in tutta sincerità, confesso di saperne troppo poco.
Dall’altro emerge il rammarico per non aver attinto a sufficienza a quell’inesauribile archivio storico vivente, che lui rappresentava. Il tutto nella consapevolezza che una persona che è venuta a mancare vive nel ricordo delle esperienze vissute e nella considerazione indelebile delle grandi doti di saggezza, cultura e personalità.
Ricordo ancora una visita al suo archivio, in piazza, e il mio stupore nel vedere tanti documenti, giornali, pubblicazioni, ormai introvabili, e là meticolosamente conservati in un personalissimo ordinato disordine.
Un grande patrimonio culturale, che era anche il suo cruccio, perché, da uomo di larghe vedute consapevole del trascorre inesorabile del tempo, pensava al futuro di quel suo archivio.
Allora gli impegni scolastici e professionali mi impedivano di mettergli a disposizione il mio tempo e le mie scarse competenze archivistiche. Tuttavia la lunga e non superficiale amicizia, e la simpatia per questo grande storico palazzolese, per me il più equilibrato nelle analisi, ormai superstite di una grande tradizione, mi indussero a proporgli due “aiuti”.
Un moderno scanner che operava dall’alto e in formato tale da essere adatto a scannerizzare giornali, e la possibilità di convenzionare la Fondazione Cicogna Rampana, la sua creatura, con la scuola tecnica ove insegnavo, per una prima edizione di progetto scuola lavoro, allora alle prime esperienze, in modo che tre alunni potessero essere di ausilio nell’opera di scannerizzazione e di archiviazione del grande patrimonio documentale depositato in Fondazione.
Fu una esperienza felice, e utile, anche grazie alla sincera collaborazione dell’allora Presidente Giovanni Zoppi.
Il Maestro mi permise di vedere molti documenti a me sconosciuti, e volle suggellare questa breve, ma intensa collaborazione, regalandomi un suo piccolissimo quadretto che – trovava grande conforto nella pittura negli ultimi anni – conservo gelosamente.
Una rosa, come il nome della mia mamma, dai colori vivaci e dai molteplici riflessi. E ricordo ancora quando parlavamo dei nostri papà, entrambi partecipi dell’esperienza di guerra nell’Africa Orientale Italiana, il mio in divisa, il suo nel ruolo di lavoratore militarizzato.
Ora che il Signore lo ha accolto, rimane il mio rammarico per non avere offerto un apporto più solido alla sua richiesta di tutela dell’archivio, e il desiderio di poter collaborare, se necessario e richiesto, all’opera di conservazione del suo lascito documentale.
La memoria storica, specie locale, è un patrimonio indispensabile per la formazione culturale dei nostri giovani concittadini, ma non solo.
Grazie Francesco, ti ricordo con affetto e ti sono debitore per le tue attenzioni.
Giulio Alberti

