L’angilì dei Ghidocc*
La foto “patriarcale” del 1934 come l’ha definita Angelo “Gil” Ghidotti, è stata scattata davanti alla facciata di casa Ghidotti prospiciente viale Rimembranza, da dove si possono scorgere sullo sfondo il campanile di S.Giovanni e lo scorcio del Torrione.
Al centro dell’inquadratura i due capostipite Francesco Ghidotti e Vittoria Baldi (i Baldi della cascina “Brusade” di Pontoglio) attorniati dai nipoti e dalle nipoti: Francesca (la Cichina) e Maria (la Maria di Trento), col loro fratello Giulio Lancini (di cui io e Giulio Suardi erediteremo il nome), tutti figli della zia Santina di Giacomo Lancini (Giacom Bela); Francesco (el Cichino) col papà Michele (el zio Michel per me) e la mamma Angela Vavassori (dei Manarì, la “zia O” per me). Il neonato (noi venuti dopo, lo conosceremo come Faisto) è Faustino in braccio a sua mamma, la zia Maria, vicino a suo papà Gianni Campa.
Completano la corona delle persone adulte alle spalle del nonno e della nonna (per me, bisnonni per voi), le tre zie: la zia Santina, la zia Angelina e mia mamma, la zia Orsola, che essendo la la più giovane tra loro, era considerata la “zia” per eccellenza dal “me Ceco” come diceva lei.
“El me Luigi” e “el me Aldo” sarebbero nati dopo. Li sentiva tanto suoi che, più avanti negli anni, non si sarebbe voluta sposare per consentire loro di proseguire gli studi, continuando a dare una mano “al Michel nel capanù” nell’incidere con lo scalpellino i nomi dei defunti sulle lapidi.
Memorabile la sua impresa nella baraonda successiva all’8 settembre 1943, quando indossati anche vestiti da uomo, insieme a suo cugino Giovanni Ghidotti, con lo “zio Gianni” insomma (suo marito nel 1948, e mio padre dal 1951 del ramo dei Ghidocc de Möra basha), lei in bicicletta da donna, attraverso la salita del Gavarno, tra Albano S.Alessandro e Scanzorosciate avrebbero raggiunto Nembro in Val Seriana per riportare a casa il fratello Michele, militare di stanza in quella zona.
Per completare l’impresa avrebbero dovuto convincere dei soldati italiani ad abbandonare il convoglio diretto a Bergamo dove c’erano i soldati tedeschi ad attenderli per arrestarli e avviarli in Germania, scambiarsi i vestiti con Michele sul marciapiede della stazione per metterlo in borghese, ritornare a Palazzolo in tre su due bici, di cui una da donna.
Nel 1934 la “cà dei Ghidocc de Möra alta” era stata costruita da pochi anni perché la “cà de la cisina de la Madona de San Piero dopo el cimitero” dove Francesco era andato a stare dal 1920 con tutta la famiglia dopo un lungo peregrinare da una abitazione all’altra, e dove lui aveva avviato l’attività prima di produzione di angioletti di cemento per le tombe e poi di ”picaprede”, si sarebbe fatta troppo stretta (in previsione delle nozze di Michele e per la nuova attività, penso io). Uno dei marmi che devono averlo inorgoglito di più deve essere stata la realizzazione della lapide col testo del bollettino della Vittoria della Prima guerra mondiale collocato nel corridoio sud del palazzo scolastico ora trasformato nella sede della biblioteca, dove ha inciso la sua firma nell’angolo opposto ma con la stessa visibilità di quella del Generale Diaz.
Fino ad allora lui faceva il “tupiner”, cacciava cioè le talpe e liberava i campi dalla loro presenza dietro ricompensa in natura dei contadini, dopo essere arrivato a Palazzolo da Martinengo, verso gli Anni ottanta dell’Ottocento insieme al padre Michele e alla matrigna Orsola Gamba al fratello Luigi, alla sorella Cecilia e al cugino Defendente, con prima dimora alla Valena come carrettieri dei signori Gasparini, proprietari terrieri.
Per di più erano sorti forti dissapori con chi amministrava “la ca’ de la cisina” per conto dell’Ospedale di Palazzolo a causa di una Bibbia in edizione pregiata che Francesco non aveva voluto lasciare allo stesso amministratore dopo avergliela prestata.
In pochi anni quella casa nuova sarebbe diventata il punto di riferimento non solo per le zie sposate coi generi e con nipotine e nipotini ma anche per l’altro ramo Ghidotti, quello di Luigi, fratello di Francesco, “maringù” a tempo perso, per parte di padre, e di Maria Baldi, “guaritrice” per la contrada di slogature e storte, cugina di Vittoria, con la loro figlia Elisabetta ed i figli Giovanni, mio papà, e Giuseppe, lo zio Beppe che avrebbe sposato la Nella di Trento, genitori del Luigino.
La zia Orsola dopo la visita settimanale al Cimitero si faceva spesso accompagnare da me alla “cisina” e lì mi ripeteva come suo papà Francesco appoggiasse i primi “angilì” di gesso all’ippocastano che troneggia ancora oggi davanti al portichetto.
Entrando, poi mi parlava di un “armonium” dietro l’altare, su cui Francesco in modo autodidatta aveva imparato a riprodurre, seppur approssimativamente anche dei motivi sconvenienti in un luogo sacro, da “Giovinezza” ad “Avanti popolo”, per intenderci.
Ancora: raccontandomi della costruzione della casa nuova mi diceva come, quella fosse stata un’impresa collettiva che vide la partecipazione attiva e diretta di tutta la famiglia.
Un particolare del suo racconto però, mi è spesso ritornato in mente, soprattutto nei mesi in cui quella casa è stata demolita.
“Ricordet, che quando i böterà zho che la ca’ le, i penserà de esher a Pompei, perché i troerà i angilì che ‘nga doprat per fa’ shö i mur”.
Che la costruzione di quella casa fosse avvenuta con metodi che oggi non esiteremmo a definire “green”, cioè mediante il riutilizzo di materiali di recupero me lo ebbe a confermare anche “el me Luigi” in un’altra occasione per me memorabile.
Mia mamma, la zia Orsola, intorno alla metà degli Anni novanta, cosa unica, con molta discrezione e con aria un po’ misteriosa, invitò solo me insieme al Luigi a pranzo da lei al Villaggio: polenta e coniglio naturalmente.
Come potete immaginare non fu solo un pranzo, emozioni una dopo l’altra: il culmine quando lei ci srotolò davanti un cartone con dei nudi femminili in carboncino, disegnati dal Luigi da studente dell’Accademia Carrara.
Soggetti artistici evidentemente inammissibili in quella “ca’ dei Ghidocc” destinati all’eliminazione, ma che lei aveva conservato segretamente e gelosamente per quasi cinquant’anni.
Fu in quel contesto che sentii dire da Luigi che per realizzare le solette di copertura del terrazzo della casa erano state impiegate le croci in gesso che erano state usate per i soldati della prima guerra mondiale che, morti nei due ospedali di guerra istituiti a Palazzolo, erano sepolti provvisoriamente nel nostro cimitero in quelle che sono adesso le aiole entrando a sinistra, nello spazio antistante il monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale. Croci che, una volta riportate le salme nei luoghi di origine, erano state ammassate nella discarica comunale.
Qualche mese fa, a novant’anni circa, da quello scatto del 1934….
Della faccenda degli “angilì” mi sembra ne avessi parlato, come un aneddoto tra il serio e il faceto, un po’ con tutti quelli che avevo avuto occasione di incontrare nei mesi della demolizione della casa, sicuramente con Marco e con Angelo.
Figuratevi come rimango quando il 25 luglio scorso, alle 17,34 mentre sono al Civile per un controllo medico, ricevo sul cellulare da Angelo questa foto
col messaggio:
“Trovato negli scavi di casa Ghidotti”
“Ecco l’angilì dei Ghidocc” penso subito io.
La visita va per le lunghe: esco al casello di Ponte Oglio solo alle 19,30. Pochi attimi dopo sono davanti al cancello di via IV novembre: il cantiere è chiuso.
Ritorno lì il mattino dopo, alle 9, trovo il geometra direttore dei lavori, responsabile per la ricostruzione e gli racconto la storia.
Chiama il capocantiere: non sa nulla del “reperto”.
Un muratore, però, che da pochi passi aveva sentito la storia interviene timidamente a dire che sì “l’angilì” era lì da qualche giorno e che proprio la sera prima, appena dopo che Angelo l’aveva fotografato, forse era stato portato via con gli altri materiali di scarto.
Però a me piace pensare che in realtà, lo spirito dell’ “angilì dei Ghidocc” riemerso dall’oblio e riconsegnato con quella fotografia alla staffetta della memoria familiare dei Ghidotti di oggi e di domani, si sia liberato proprio col digitale dall’involucro di gesso in cui era trattenuto, polverizzandolo un po’ come faceva “el me Gigi” quando con la sua arte di scultore liberava le figure dalla pietra che le imprigionava.
Per aleggiare benevolo e protettivo su di noi e su di chi verrà come ha cominciato a fare con “i Ghidocc” della fotografia del 1934 e con gli altri discendenti da Francesco e Vittoria, nati dopo quell’anno.
E sono parecchi (come ha scritto “el me Ceco”).
4 dicembre 2023
Giulio Ghidotti
*Ricordi personali da racconti di mia mamma Orsola Ghidotti in Ghidotti, e da quelli dei cugini Francesco e Luigi Ghidotti.

