Quella volta che… il primo ottobre 1977, ricevetti il mio primo incarico annuale nella scuola elementare di Mura su una classe quarta; le classi quarte, nel plesso, erano quattro, una gestita da me, una da un’altra giovane collega, mentre le altre due erano guidate da due insegnanti che avevano parecchi anni di esperienza alle spalle; uno di questi era il maestro Francesco Ghidotti, che non conoscevo personalmente, ma che, ovviamente, conoscevo per varie ragioni. Quando frequentavo la scuola elementare a Mura, l’avevo visto muoversi nei corridoi o entrare in classe con i suoi alunni; inoltre, poiché si andava in biblioteca per fare le “ricerche” che la maestra ci assegnava per compito, l’avevo ritrovato lì come responsabile a cui noi bambini chiedevamo consiglio sul volume da utilizzare per sviscerare un certo tema storico. Era noto, poi, come storico locale di cui, fra l’altro avevo studiato, in quarta o quinta elementare, un semplice manuale dal titolo Conosci la tua città, adottato dalla mia maestra; infine, era già stato Sindaco di Palazzolo, il nostro Sindaco, un incarico pubblico importante che lo aveva reso noto a tutti i palazzolesi.
Dunque, rispetto a me, poco più che ventenne, neofita, lui era un pezzo da novanta, che avrebbe potuto guardarmi dall’alto in basso, farmi sentire minuscola, invece la sua accoglienza fu davvero entusiastica verso tutte le giovani insegnanti che quell’anno furono nominate nella scuola di Mura: meraviglioso sorriso, entusiasmo per la nostra presenza che, data la giovane età, portava una ventata di freschezza e novità, e apertura fiduciosa verso le nostre idee.
A tal proposito, ricordo come nei momenti informali o durante l’intervallo, capitasse di parlare con lui di accadimenti, di fatti, di politica oltre che di scuola: devo dire che le mie e le sue opinioni non erano sempre collimanti, ma la divergenza, che si fondava sul reciproco rispetto, non ha mai portato al conflitto, tutt’altro, era, casomai, occasione di ulteriore riflessione personale e di crescita.
Indimenticabili le uscite sul territorio, da lui guidate. In primis gli alunni di tutte e quattro le quarte confluivano nel corridoio a nord del primo piano, tutti si sedevano a terra e il maestro teneva una sorta di breve “lectio magistralis” in cui dava ai bambini alcune informazioni essenziali sui monumenti storici che si andava a vedere e sul periodo storico considerato, dopodiché si usciva tutti insieme, sotto la sua guida, andando a toccare con mano, a interrogare le “fonti” storiche per ricavarne il maggior numero possibile di informazioni; ogni docente, poi, declinava nella propria classe, secondo il proprio stile, quanto appreso, ma il maestro voleva poi sapere come era andata, cosa avevano detto i bambini, cosa avevano o non avevano capito, se erano parsi interessati. Accanto alla sua passione per la storia, la sua passione civile: come dimenticare il 9 maggio 1978? A una certa ora della mattinata, il maestro fu avvisato da qualcuno, non ricordo da chi, probabilmente dal Direttore Didattico, che era stato ritrovato il cadavere di Aldo Moro, rapito cinquantaquattro giorni prima. Immediatamente venne a bussare alle nostre classi, le quarte, per avvisare noi e i bambini di questo epilogo; ebbene, il colore terreo del viso, gli occhi lucidi, la voce bassa, triste, rotta, esprimevano tutto il suo dolore, la sua desolata incomprensione per quel fatto che ammutolì tutti noi. E così, organizzammo per il giorno dopo un’assemblea delle classi quarte, in cui si parlò ai bambini di questo fatto, si ascoltarono le loro domande e le loro paure, cercando noi di fare argine, senza emettere aggressive sentenze.
In quegli anni, pur essendo quello, nella scuola, il periodo iniziale di un certo fermento, che spingeva verso il cambiamento dell’organizzazione scolastica, della metodologia di lavoro, dei contenuti dell’insegnamento, nella maggior parte delle scuole ogni docente lavorava in maniera personale e non era davvero sentita l’esigenza del confronto tra insegnanti per costruire insieme, attraverso la discussione, un percorso comune.
Nonostante ciò, noi quattro, insegnanti delle quarte, decidemmo di stendere insieme il piano di lavoro annuale, così come di confrontarci sulla relazione di verifica di fine anno. Le nostre opinioni non erano esattamente congruenti, ma una sana discussione ci portò a stendere relazioni nate dal ragionamento, dalle riflessioni e dalle mediazioni che ciascuno mise in atto: un bel momento di confronto e di crescita, di democrazia applicata. Fra l’altro, per fare questo, ci trovammo nel retro ufficio della Paltours, la “sua” agenzia, nata pochi anni prima, dove noi (io e le altre due) ci sentivamo un po’ fuori luogo, ma anche incuriosite; da lì lui poteva intervenire in agenzia in caso di necessità.
Il maestro Ghidotti era consigliere in Provincia e capitò un paio di volte, nel corso dell’anno scolastico, che fosse chiamato repentinamente, attraverso l’ufficio della Direzione Didattica, a Brescia per una riunione urgente, per cui, col beneplacito del Direttore, Franco Barberis, dovette lasciare la sua classe circa un’ora prima della conclusione delle lezioni. Naturalmente i bambini non potevano essere lasciati soli, pertanto, dopo aver loro assegnato un compito, il maestro, in quelle occasioni, mi chiese di tenere sotto controllo la sua classe, per cui facevo la spola tra la mia e la sua aula affinché tutto procedesse regolarmente sino al suono della campanella. Ho sempre serbato gratitudine a Cecco per questo atteggiamento fiducioso nei miei confronti: avrebbe potuto rivolgersi a una collega più esperta di me, invece il fatto che si sia rivolto proprio a me l’ho letto come un messaggio di fiducia e di stima che mi fece molto piacere. Infine, mi sovviene il ricordo di un episodio particolare. A un certo punto dell’anno scolastico, il Maestro fu ricoverato per tre o quattro giorni all’ospedale di Palazzolo nel reparto dozzinanti, le cui finestre davano sull’attuale ingresso dalla via Sgrazzutti. Io mi recavo a scuola a piedi; il primo giorno di assenza a scuola e quindi di ricovero, mentre stavo scendendo dalla discesa verso la piazza, all’altezza della panetteria Freri, sento a gran voce “Daniela!” La voce era inconfondibilmente la sua, ma…non era in ospedale? Mi volto e lo vedo a una finestra del terzo piano del nosocomio che salutava agitando le mani! Poiché per pura coincidenza anche mia mamma era ricoverata in quei giorni nel medesimo reparto, quando andai a trovare lei, passai a salutare Cecco, che mi raccomandò di fermarmi a salutarlo tutte le mattine. E così, per tre o quattro giorni, abbiamo avuto questo appuntamento (a cui si unì anche mamma, dunque due alla finestra al terzo piano dell’ospedale che si sbracciavano e una, più o meno davanti alla panetteria, che sorrideva a trentadue denti e “sventolava” le braccia). Certamente rappresentavo, in quel momento, il suo amato lavoro di maestro e salutare me era come salutare l’istituzione scolastica e i suoi alunni, ero una sorta di trait d’union tra lui e la sua scuola.
Quel primo anno d’insegnamento fu, per me, davvero un anno di formazione, una formazione all’insegna della gioia, un anno così bello che, io e la giovane collega di allora, che mi capita di incontrare ancora oggi, ogni tanto ricordiamo quell’anno come un momento piacevolmente indimenticabile della nostra carriera di insegnanti. E capite bene quanto sia positivo un abbrivio di questo genere, quale carica di ottimismo possa dare l’incontro con una persona così entusiasta, positiva, vulcanica e attiva come Cecco a una giovane insegnante che sta iniziando il suo percorso di lavoro nella scuola.
Ma questo fu anche l’inizio di un’amicizia, e mi fregio di usare questo termine prezioso proprio perché così definì Cecco il nostro rapporto, e lo dico con fierezza. Un’amicizia che è durata sino a quando il maestro ci ha lasciati, un’amicizia che mi ha consentito di serbare luminosi ricordi di talvolta brevi talvolta più lunghi incontri che avvenivano casualmente ma frequentemente in piazza, dove io arrivavo in bicicletta e lo incrociavo mentre andava a fare qualche commissione o tornava nel suo ufficio in fondo al cortile dove c’è la Paltours; a volte non lo vedevo (ebbene sì, sono miope ma spesso non uso gli occhiali…) ma sentivo la sua voce “Daniela! Sempre in bici! Stai andando a scuola?” E così si chiacchierava della scuola, di cui chiedeva sempre, si rammaricava di chi, ministri o maestri, nella scuola non si impegnava a dovere, si rallegrava quando scopriva che c’erano brave insegnanti che sapevano dare fiducia e fornire stimoli ai bambini; e poi si parlava dell’andamento dei tempi, delle elezioni quando c’erano, dei tempi passati, della sua passione, la Storia locale; così ogni tanto si andava nel suo ufficio dove conservava tanti documenti a cui lui teneva molto, che non voleva andassero dispersi e della cui catalogazione avvertiva la necessità. E poi della passione per la pittura che considerava un aiuto anche per il Parkinson. E un giorno mi disse che voleva inviarmi via mail dei racconti che aveva scritto, facendo parlare i santi della torre, immaginandosi, basandosi su fonti storiche, ciò che essi, nel corso del tempo, avevano visto accadere e poi altri testi in cui alcuni monumenti, quali il Ponte Carraio o la Rocchetta, erano “Testimoni di pietra” di fatti di cui narrava. E mi chiedeva cosa ne pensassi. Dopo averli letti espressi qualche riserva relativamente al linguaggio troppo articolato se indirizzati ai bambini e così ne era nata una piacevole e interessante discussione in cui, come sempre, lui si faceva propositivo spingendomi anche all’azione, organizzando, nella scuola primaria, per i bambini qualcosa di stimolante che avrebbe avuto una ricaduta positiva anche su di lui, prevedendone un coinvolgimento, lui sempre desideroso di fare, di essere attivo. E mi invitava a discuterne nel suo “antro”, come definiva il suo ufficio. Devo dire che, purtroppo, presa da mille impegni anche burocratici che oggi la scuola richiede, non ho più dato seguito alla sua proposta. Rileggendo quelle mail oggi, le trovo commoventi, perché sono segni di quel rispetto e quella stima reciproca, ma anche di sensibilità e attenzione che hanno costituito il collante del nostro rapporto.
Mi sento fortunata ad avere incontrato tanti anni fa il maestro Ghidotti a cui sono profondamente grata per l’amicizia che mi ha donato, una persona che, aldilà della retorica che non amo, “vedo” in tantissimi angoli di Palazzolo che, per me, ma credo per molti concittadini, a lui, alla sua presenza e al suo impegno, al suo amore per la conoscenza e la divulgazione sono indissolubilmente legati.
Daniela Signoroni

