IVAN PICENNI

L’ARTE DEL RITORNO A CASA

di Massimo Rossi

Ivan Picenni non potrà mai essere raccontato per davvero e fino in fondo. Si potrà parlare dei suoi soggetti e della sua tecnica, del tempo della sua coscienza, dei suoi simboli, ma alla fine, in ogni quadro, in ogni intonaco, in ogni china, si avrà sempre la sensazione che qualche cosa stia sfuggendo o che l’artista non stia dicendo tutto. Ivan Picenni è un artista che si pone una spanna sempre più in là del nostro naso e che, anche per questo motivo, non potrà mai annoiare. Forse questo suo mistero è solamente un’ovvia “distanza di sicurezza”, una prossemica dettata dalla necessità di non potersi dare all’osservatore fino in fondo: una prerogativa, questa, abbastanza comune tra gli addetti ai lavori dell’arte, i cosiddetti “nati sotto Saturno”. Questi uomini speciali, questi “cantori dell’invisibile” hanno la capacità di universalizzare i sentimenti e gli stati d’animo, le atmosfere, le situazioni o i rivolgimenti interiori con i quali tutti, bene o male, dobbiamo fare i conti alla fine della giornata.

Così anche Ivan Picenni, uomo e artista, sembra rivelare un intimo e costante turbamento, una sorta di personale credito mai riscosso: forse è un’urgenza affettiva derivata dalla prematura cessazione dell’idillio infantile. Dai tre agli otto anni, la casa natale per Ivan diviene un’ambita meta occasionale, separata da lunghi periodi all’interno di un collegio novarese gestito da religiosi. Per un bambino, il tempo lontano dalla propria famiglia diventa un’era lunghissima. Poi quel tempo si “solidifica”, per così dire, e diventa mito. Questo è quanto capita a Ivan Picenni che, non solo dipinge, ma narra un mito lontano di cui egli stesso è l’eroe, ma anche la vittima silenziosa di un nume avverso e capriccioso.

L’uscita definitiva dal collegio e la frequentazione del paese, per Ivan rappresentano la graduale e sofferta riappropriazione dell’identità sociale nel tessuto agricolo e artigiano della bassa bergamasca. Ma Ivan non dimentica il suo esilio passato e la fatica sostenuta per non perdere mai di vista l’obiettivo del ritorno. Di certo il suo demone stoico lo ha reso un campione della oikèiosis, ossia della “capacità di fare ritorno a casa”. Il termine greco non si riferisce solo alle competenze geografiche che Ivan stesso matura con l’ausilio di mappe stradali realizzate anche di propria mano, ma riflette quell’attitudine mentale della fedeltà a sé stessi contro la perdita dell’autenticità. Con il tempo Ivan ritorna alle stagioni del collegio e attraverso la sua arte inizia una sorta di rendicontazione di quanto è stato.

I soggetti della pittura di Ivan Picenni si strutturano in composizioni, spesso seriali, di grande intensità emotiva: tra le sue visioni più caratteristiche e pregnanti vi è il collegio, ritratto dall’interno o dall’esterno. Spesso ne compare la recinzione in forma di lance. Nella stessa composizione compaiono quasi sempre una scala, che spesso si allunga verso il cielo, quasi a lambire la luna, un aquilone a rombi bianchi e rossi e il numero 35, identificativo del Picenni convittore all’interno del collegio. Infine, soggetto forse prediletto dall’artista bergamasco, il maiale. Animale a lui simpatico, ma anche aggressivo e pauroso, per Ivan il maiale è una costante destinata a divenire un soggetto autonomo in serie dedicate. Quando, dopo la pausa natalizia, il bambino si apprestava a lasciare la famiglia e la casa per fare ritorno al collegio, vi era il rito contadino dell’uccisione del maiale. La partenza di Ivan coincideva con la morte del maiale. Nell’immaginario inconsapevole e predialettico del bambino, ora artista, la morte del maiale è, senza dubbio, un sacrificio compensatore: il sangue dell’animale è viatico per la partenza-morte di Ivan. Ma mentre Ivan farà ritorno, il maiale, al contrario, non sarà più. Il maiale sconta, per così dire, la frustrazione infantile e assume, nel bambino, un significato sacro assoluto.

Le serie dedicate al maiale sono terribili bagni cromatici puri dal segno deciso e violento. Gli impasti di colore dedicati al collegio, che pure non escludono al loro interno la figura del maiale, sono più rarefatti: numerosi sono i notturni dove, non a caso, il letto del collegio diviene un soggetto pittorico quasi autonomo: il sonno consolatore e storditore diviene elemento di oblio e di interruzione del presente doloroso. La luna, alta nel cielo, la scala e l’aquilone, simboleggiano il desiderio di fuga e il progetto di ritorno a casa.

L’esercizio artistico di Ivan si completa con virate di straordinaria sensibilità verso il paesaggio: sono le tante “marine” o le “case”. Sono pennellate rapide, quelle di Ivan, dirette alla delineazione convincente degli skyline locali. La china è una scelta generosa e di prima mano, anche se l’utilizzo della pittura a olio in grumi materici di “studiata” direzione artistica, lo fanno apprezzare come un capace avanguardista alla Congdon. Specialissimi sono alcuni passaggi in blu e verde all’interno di alcune opere conservate nello studio del pittore. Altrove si assiste allo sperimentalismo puro nel segno dell’informale. Così pure rivestono un fascino particolare anche le quadrature in base di cemento che richiamano le esperienze conservative e di restauro vissute dal pittore in quel di Cremona. Dentro ai paesaggi di Ivan brilla, spesso, un sole dinamico, quasi un ricciolo capriccioso uscito dalla foga di un pennello mai sazio di variazioni. I segni pittorici sono forti e decisi, quasi incisi, diretti da una irrefrenabile volontà espressiva. Il risultato è un’arte matura e autonoma, capace di fascinazione narrativa. Talora, anche se in misura ridotta, si assiste a poderosi congelamenti compositivi, diretti verso un effetto quasi metafisico: le nature morte e vive del pittore sono, probabilmente, il più fecondo campo di sperimentazione cromatica e formale, con riflessi e ricadute anche all’interno delle grandi serie dedicate al collegio.

Ivan Picenni è un pittore rapido ed estremamente prolifico e se la sua proposta iconografica e iconologica appare chiara e ordinata, a noi sembra che vi siano alcune questioni ancora aperte. È il caso delle evanescenti tracce della serie degli “Angelitori”: a che cosa si riferiscono esattamente queste figure e queste composizioni? Sono ancora le proiezioni antiche del desiderio dei genitori o sono entità spirituali benefiche? Al classicista non sfuggirà un richiamo abbastanza diretto alle figure dei lari, le divinità del focolare domestico, gli spiriti protettori degli antenati defunti. Quale che sia l’interpretazione, appare chiaro come nel substrato culturale antico, contadino e pastorale, la casa paterna e le origini sono una questione fondante. Il tema potrebbe aver affascinato Ivan Picenni che, è noto, sfodera una non comune cultura libresca. Le biblioteche, i cataloghi d’arte, le frequentazioni con gli amici pittori, la stessa educazione artistica ricevuta, ancora secondo i dettami della bottega, collocano Ivan Picenni nella scia lunga del professionista vocato e caparbio. Il pittore non si cimenta mai in omaggi o “ispirazioni”; procede sul piano schietto di una cifra stilistica consolidata e capta l’attenzione anche di alcuni contesti internazionali. La sua mano sinistra, oramai libera dai lacci pedagogici che prevedevano l’utilizzo della sola mano destra, si esprime libera nella proposta di temi esistenzialisti, anche quando la figura umana cede il passo al divagare più lento e meditato del paesaggio, quasi un’elegia serale dopo il trambusto del giorno.

Nel corso della mia attività artistica, dal 1997 a oggi, credo, più di ogni altra cosa, di aver rivelato me a me stesso. Ho iniziato con piccole mostre collettive, che non sto ad elencare, anche se importanti per la gavetta. Nel 1997, guidato dal maestro bergamasco Mazzoleni ho esposto le prime nature morte. In seguito, preso dall’entusiasmo per l’arte, sono entrato a far parte della Bottega dell’Arte. Accanto ai maestri Tonissi e Savinelli, ho appreso nuove tecniche: l’olio, l’acquerello e l’acquaforte. In realtà sono proprio ripartito da zero e, quindi, dalla matita. Ho praticato con modelli, con la natura morta e con la copia di grandi artisti. Il mio preferito è, senza dubbio, Turner.

Con la Bottega dell’arte ho partecipato a diverse mostre, tutte nella bergamasca. Lentamente, però, l’esperienza locale ha iniziato a starmi stretta. Mi mancava un’identità, non reggevo più il bel copiare o il bel quadro. Credo di aver trascorso un periodo buio, fino a quando la carissima amica Orietta Pinessi mi ha spinto nella giusta direzione. Il fatto è che tutto il mio movimento interiore poggiava sulla mia infanzia, per cui tutto è partito proprio da lì.

Si trattava di dare libero corso ai sentimenti, senza paura o remore da confessionale. E così, dopo molto lavoro, dopo l’esperienza e la maturità, forse è giunto il momento di rimettermi in gioco con una personale. Sarà un’antologica o, meglio, una sorta di grande resoconto del mio percorso. Verranno aggiunte altre opere che non fanno parte dei 15/16 periodi vissuti, ma fanno parte della mia attività artistica: “Opere tridimensionali” e “Arlecchino”.

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