GIOCHI D’AZZARDO DEL TEMPO PASSATO

pubblicato il: 1 settembre 2005
da: La Voce di Palazzolo

 

In un precedente articolo avevo scritto sul gioco della palla, che si praticava nelle piazzette del centro storico e nelle fosse del castello. Ora aggiungo altre curiosità sul gioco d’azzardo praticato dai palazzolesi.

Il primo spunto mi viene offerto dal Proclama che il podestà Longhena rivolge ai Palazzolesi nel 1690 in cui figura un’indicazione precisa riguardante i giochi, che allora si praticavano e che il podestà, appena arrivato, vuole moralizzare.

Egli infatti “ …proibisce il giocare alla carte et dadi in pubblico li giorni festivi di precetto e di voto, mentre si celebrano li divini uffici, come anco il giocar alla balla avanti alla porta della chiesa parrocchiale in qualunque giorno tanto festivo come feriale in pena di lire 10 planete, sotto la qual pena siano sottoposti ancora li fettari, lasciando giocar le fette al tornello overo alle carte et dadi come anco ad altre persone che dessero ricetto a giocatori in tali giorni festivi et in tempo delli divini uffici et massime in tempo della Dottrina Cristiana…”

Se è facile il riferimento alle carte ed ai dadi, che erano praticati da secoli, non si riesce a capire cosa facessero veramente “li fettari” che giocavano le “fette al tornello”.

Il gioco della palla, nella piazzetta antistante la chiesa vecchia, si svolgeva sotto le finestre del Palazzo comunale, dove risiedeva il podestà al quale non doveva certo far piacer lo schiamazzo della gioventù che praticava questo svago.

Nel testamento del settembre 1712 del nobile Durante Duranti, antenato del poeta che porterà lo steso nome, aggiunge, tra le sue ultime volontà, anche la proibizione “a detti suoi eredi e loro discendenti di giocare alla bassetta o taglio, alle erbette, al quindici, al trenta e quaranta, a rustego, a giochi d’invito et altri simili et in specie al balottino.” È abbastanza insolito trovare in un testamento indicazioni come questa; probabilmente il Duranti conosceva i rischi a cui i suoi eredi si erano esposti giocando d’azzardo e ne voleva in qualche modo frenare l’inclinazione.

Si chiamava “bassetta” il gioco d’azzardo basato sulle carte basse, simile al “faraone” che era raffigurato sulle carte stesse e che era praticato tra un numero illimitato di giocatori, dei quali uno teneva il banco. Non sono riuscito a trovare spiegazioni sul gioco delle “erbette”, del “rustego” e del “ballottino”, allora in voga tra la nobiltà.

Il notaio Ercole Urgnani nel 1760 raccoglie una deposizione di alcuni testimoni che ricordano “che nel tempo in cui il fu Giacomo Moreschi, che gestiva l’Osteria del Sole, di proprietà dei nobb. Berlendis, aveva in casa il figlio Gerolamo, uno dei suoi quattro maschi, il quale giocò alla bassetta delli denari con tre sbirri di campagna, che erano colà alloggiati e perdette una grossa somma di denaro e le spese tutte che fatte avevano li sudetti tre sbirri con due loro mogli nei giorni venti che stettero in detta osteria alloggiati, per la qual perdita e spese sacrificate il suddetto fu Giacomo di lui padre lo espulse e discacciò fuori di casa.”

Un azzardo costato molto caro al Gerolamo, travolto dall’abilità dei soldati che, oltre al denaro, avevano ottenuto l’azzeramento del conto dell’albergo.

 

Francesco Ghidotti