UN GIORNO DI CALDOFREDDO PALAZZOLESE


 

Palazzolo calda. Palazzolo fredda.
Poi calda e ancora fredda.
Calda.
Fredda.
Mai tiepida.

Le mezze stagioni non ci sono più, dicono. 
Forse non le vuole più nessuno. Forse esistono ma nessuno le vede. Magari esistono solo le mezze stagioni e quelle intere sono immaginarie.
Il cambiamento climatico fa parte di noi, ci appartiene. Ci svegliamo e guardiamo il cielo, i più pigri l’applicazione del meteo.

Tutto si muove in funzione del caldo o freddo; sole o pioggia; terso o nuvoloso; cocente o gelido, arido o fangoso; acquoso o ventilato.
Palazzolo è una città sempre stupefacente. In inverno lo è ancor di più. 
Ci si rintana in casa con le pantofoline attendendo il caldo e sfregando le mani con stufette elettriche e tazze di the. 
I bar della piazza aspettano i loro clienti e la temperatura al loro interno è bollente. Stufe a pellet. Pompe di calore. Termoconvettori. Caloriferi. Pavimenti riscaldati. 
Il tragitto casa-piazza si percorre molto velocemente, soffrendo. 
Il freddo palazzolese è pungente. Punge la pelle ripetutamente e la mente continua a ripetere la stessa cosa quasi in un loop interminabile. “Ma quando arriverà il caldo?”. Quel caldo che ti entra nelle ossa e ti ridona subito il sorriso. 
Stando ai nostri inverni non si può mai sapere. 
Forse fra un mese, magari domani. Dopotutto le mezze stagioni non ci sono più. Ormai la primavera e l’autunno sono state cancellate da tutti i dizionari. Le foglie non ingialliscono più. Diventano verdi e poi cadono. 
Ieri freddo becco, oggi caldo sorcio.

Ma eravamo rimasti al bar aspettando il nostro caffè bollente.
Iniziamo a toglierci gli strati che ci permettono di sopravvivere all’inverno e ai venti che dal monte di Cologne e da quello di Grumello trafiggono la nostra città amplificandosi nei mulinelli del nostro amato fiume Oglio. 
Per chi non lo sapesse, i mulinelli esistono davvero anche se nessuno li ha mai visti. Ho visto liti da bar, finite anche in modo grottesco, solo per convincere qualche incredulo nei vorticosi mulinelli.

Ma torniamo al freddo.
Il ponte romano in inverno è gelido.
Le persone si abbassano per percorrerlo e il vento entra da sotto i vestiti. I volti rossi e screpolati. Le mani bloccate nelle tasche felpate. E il pensiero che ritorna, occupa e invade ogni altro pensiero. “Ma il caldo quando arriverà a Palazzolo?” Con questo freddo magari salta un anno.
Tutti sono rallentati e i movimenti sono deboli e ingolfati dai pullover. 
Le persone escono poco e le luci delle case illuminano le strade del centro. Anche la chiesa è chiusa. Il freddo ha bloccato la caldaia e le messe sono ridotte al minimo indispensabile per non essere scomunicati dalla Curia.

Poi un mattino, quando ormai sembrava arrivato il “Grande Inverno”, quello che nel Trono di Spade durava più o meno 10 anni, tutto cambia. Il sole è diverso, la luce è strana. Il cielo è trasparente, ma di un trasparente che non si vedeva da un pezzo. Persino l’asfalto è meno nero.
L’armadio stracolmo di cappotti e flanella. Il fuoco del pellet che brucia. L’odore di umido che traspira dai muschi nei giardini.
Fatta la solita colazione esco di casa. 
Chiudo a chiave. Faccio due passi per arrivare al cancellino e il sole è così forte che non riesco a tenere gli occhi aperti.
Servono gli occhiali da sole.
Allora torno indietro a prenderli. Entro in casa. Esco. Chiudo. Faccio un pezzettino di strada e inizio a togliere la cuffia, guanti, sciarpa, scaldacollo, scaldamuscoli, paraorecchie e mi accorgo che non fa più freddo.
Decido di ritornare nuovamente a casa, deposito il superfluo e con una camicia a mezze maniche esco con un spirito nuovo, ringiovanito dall’inaspettato caldo.
Che bella Palazzolo bollente. 
Ieri la temperatura era 2°. Oggi 36° gradi.

Quanto adoro il caldo, basta con le vestizioni a cipolla. Basta con l’umidità sui risvoltini dei pantaloni. Basta con le scarpe zuppe e cigolanti. Basta con le nebbie mattutine. Il caldo piace a tutti. 
È un toccasana per il corpo e per l’anima.

Ma quando le ore passano il caldo non è più il tuo migliore amico e inizia ad insinuarsi tra i vestiti leggeri; nella tua auto rovente; nelle notti afose dove il vento pare che abbia dimenticato di soffiare. 
È proprio in questi momenti che tutto ricomincia. La mente si resetta. E allora il disco ricomincia a girare senza memoria del passato.
Non vedo l’ora di uscire. Andare in piazza. Prendere un caffè bollente. E dire a chiunque incontri la stessa frase che da ore mi invade la testa. “Ma il fresco quando arriverà?”. 
Questo caldo mi fa sudare. Muovo un passo e devo fare la doccia. Ci vorrebbe una doccia nei bar. Prima del caffè una bella rinfrescata.

E i giorni continuano tra pomeriggi assolati e i condizionatori dell’iper. Tutti sono rallentati per il caldo e la Rosta ospita i primi leoni spiaggiati. Sogliole al sole e gamberetti d’acqua dolce.
Tutti ripetono le stesse cose. I pensieri si sentono senza nemmeno pronunciarli. “Ma questo caldo quando finirà?”

E così mentre il fiume scorre silenzioso e inesorabile, aspettiamo di nuovo il freddo per abbassare le nostre temperature e ricominciare tutto daccapo.
Il caldo e il freddo, nella loro apparente ripetizione, scandiscono il nostro tempo e continuano e tenere viva la fiamma che brucia dentro di noi e che ci fa sperare in una nuova stagione sempre più bella. L’estenuante attesa ci spinge a desiderare, sperare e fremere per un nuovo tempo, un nuovo sole e un nuovo caffè. 
La ripetizione non esiste. Le mezze stagioni non esistono. 
Talvolta anche la nostra monotonia quotidiana può nascondere un meraviglioso guizzo di speranza e di felicità che ci fa vivere a Palazzolo ogni anno, anzi ogni stagione come se fosse la più bella di sempre.

(Davide Rubagotti)