IL SEGRETO DELLE CONCHIGLIE DEI PRATI


 

A volte mi chiedo se è vero o se me lo sono sognato. 
Dovrei andare giù ai Prati a verificare. 
Perché un bel giorno, facevamo le elementari alte, tipo quarta o quinta, uno dice in classe: ‘Signora maestra, vuole vedere?’
Ha in mano qualcosa che non capisco. Sembra un sasso, poi mi avvicino e no, non è un sasso. 
Marrone scuro, con delle striature, un po’ macchiato. 
Puzza anche un po’.

Ora, adesso tutti noi le abbiamo viste al mare e soprattutto al ristorante.
Ma allora no. 
Io, per esempio, non le avevo viste. 
E nessuno sapeva il nome, per dire. 
‘E’ una conchiglia?’ chiede qualcuno.
Categoria conchiglie, un po’ vaga ma rendeva l’idea.
La maestra Locatelli prende la conchiglia, chiede ‘Ma dove l’avete presa’?
‘Ai Prati’. 
No, non mi ricordo chi l’aveva presa. 
In classe con me c’era un mucchio di ragazzi che abitavano in riva all’Oglio.
Tipi che non stavano a casa, ma andavano in giro a esplorare. 
Parlavano con i pescatori, passavano le estati nelle seriole.
E conoscevano i segreti. 
Che quelli come me, che stavano a casa a sfogliare i libri, non avrebbero mai saputo.

‘Ah’, dice la maestra. 
Prende un libro da uno scaffale, mette la conchiglia sulla cattedra, sfoglia un po’ di pagine, confronta, e poi ci dice:
‘Ecco, scrivete sul quaderno: oggi un nostro compagno ha portato in classe un mollusco che si trova nei mari ma anche nei fiumi. E’ della famiglia dei bivalvi, e si chiama Unione, perché è fatto di due parti uguali.’
La parola cozza non la disse nessuno. 
(Tra l’altro, anche la parola molto simile con le due vocali scambiate, sembra incredibile, ma ancora non circolava. L’ho imparata dopo parecchio.) 
Devo avere ancora da qualche parte il quaderno in cui lo abbiamo disegnato e scritto la spiegazione. 
E tutto poteva finire lì, con una scoperta e un nome nuovo sul quaderno.
Ma no.

Di quello che succedeva a scuola, si faceva il punto all’oratorio. 
‘Arda che zo ai Pracc ghè pié’. Giù ai Prati è pieno. 
‘Io non le ho mai viste’
‘Certo, iè nel fanch, sa fa fadiga a idìle’. Sono nel fango, si fa fatica a vederle. 
‘E come si prendono? Con le mani?’
‘Eh, ciao, co le mà ta ga rièt mia. Ga öl la steca de l’ombrel’. No, ci vuole la stecca dell’ombrello. 
All’epoca, con le stecche degli ombrelli si facevano molte cose, incluse alcune pericolose come le frecce per gli archi di corda. 
Il terrore delle mamme. 
‘Non tirate le stecche degli ombrelli, se vi prendono in faccia potete anche perdere un occhio!’.
‘Ncö, n’va zo ai Pracc e va fo eder’, dice qualcuno. Oggi andiamo giù ai Prati, e vi facciamo vedere. 
Mi aggrego al gruppetto.
Pomeriggio d’estate, armati di stecche di ombrello, rami dritti e affilati, secchielli per le prede. Battuta di pesca alla conchiglia.

Eccoci sdraiati su un muretto dei prati, con la faccia quasi in acqua. 
Bisogna sporgersi e guardare bene bene sul fondo. 
Quella è la roba difficile.
Perché sul fondo, saranno due metri e mezzo massimo, ci sono alghe, sassi, pesciolini che girano, fango che si smuove con la corrente, e non si vede niente. 
‘Arda, l’vedèt chel filèt negher là nfont? N’mess a la ranina?’ Lo vedi quel filetto nero là in fondo? In mezzo alla ranina?
Guardo, stringo gli occhi, dopo un po’ lo distinguo. 
‘Arda che ve fò anche dele bole’. Escono infatti delle bollicine. 
‘Eco, stì atenti’. 
Stecca dell’ombrello legata in fondo a un ramo in mano, si sporge fino ali limite possibile.
Lo mette in acqua – e già qui è difficile perché prende un angolo diverso, e devi imparare a manovrarlo.
Arriva fino sul fondo, si avvicina al filetto scuro – noi tutti li intorno a guardare – e lo tocca appena. 
Zum. Un movimento e uno sbuffo di fango. 
‘Ahahahah, vest? L’è miä n’fil, le la boca de la laùra deerta’. Visto? Non è un filo, è la bocca della cosa aperta. 
Difficoltà anche in dialetto a definirla. La laùra. 
Rimaniamo a bocca aperta.

Ma è solo l’inizio. Per farci capire. 
‘Me ‘ndà det co la ponta n’del filèt negher. La laùra la sa sera, e ta la tìret-sö. 
Bisogna andare dentro con la punta nel filetto nero. La cosa si chiude, e la tiri su. 
E infatti, rimette l’attrezzo nell’acqua, pian piano, arriva al filetto scuro, si ferma un attimo prima, e poi con decisione lo infila. 
Zac. 
Tira. 
Nuvola di fango. 
Viene su la stecca con attaccata la cosa. Il bivalve, l’unione. La cozza di fiume. 
Per istinto di difesa si chiude, ed è il suo suicidio. 
Eccola in fondo alla stecca. Grossa, sporca e grondante acqua e fanghiglia. 
Uauuuuu. 
Quel giorno lì ne abbiamo tirate su un po’, e sono riuscito anch’io. 
E stare lì a cercare i filetti neri, infilzarli, sentire la chiusura a scatto e tirare su la conchiglia mi piaceva un sacco. 
Sono diventato bravino. Così, un pomeriggio ne ho prese almeno una ventina.
Trionfante, le ho portate a casa, in un sacchetto della spesa.

‘Guarda mamma.’
‘Davvero le hai prese nel fiume?’
‘Sì. È pieno. Dei ragazzi dicono che le mangiano.’
Così. La parola ecologia ancora non esisteva. 
Rispettare l’ambiente, capire che tutti gli animali del fiume facevano parte dell’ecosistema. 
Macché.
Quello che si trovava, se appena si poteva, si mangiava. 
I pesci presi all’amo. 
Le bose ammazzate coi sassi. 
Le more nei rovi. I fichi lungo i muri. I ciòdei. I luertìs. Le lumache. 
Perfino i pistilli dei fiori di robinia. 
Cibo gratis.

La mamma, passata una prima fase di perplessità, si incuriosisce. 
‘Bisogna farle spurgare’. 
Prende le cozze, le butta in un colapasta e ci fa scorrere sopra l’acqua. 
Non vi dico che roba marrone è venuta fuori. 
Nell’acqua ci stanno per un bel po’. 
Poi le fa bollire. 
La casa si riempie di una puzza che nemmeno quando si faceva la trippa.
Io mi aggiro in cucina curioso.
Si aprono. 
Mia mamma di solito non era così audace, ma che ne so. Forse era in fase sperimentale, forse voleva farmi piacere, o aveva in animo di sterminare la famiglia.

Le cozze sono aperte e si vedono i molluschi, marroni e brutti pure quelli.
Dopo un po’ di tempo ne prendo una, e la assaggio. 
Sapore di fango, consistenza di gomma. 
‘Proviamo con olio e limone’.
Insomma, arriva l’ora di cena, e in tavola c’è un piatto di molluschi scuri abbastanza ributtanti. 
Quando arriva la famiglia al completo, e la casa sa di fiume, alghe e pesciame, c’è un momento di generale scoramento.
‘Ma siamo sicuri che si possono mangiare?’
‘Si, si, i miei amici dicono che sono buoni e li hanno già mangiati. Anche la maestra ha detto che si possono mangiare’.
Dico così, ma è un bluff. 
Ma li convinco, e li assaggiano. 
Facce disgustate. Sabbietta sotto i denti e sapori indefinibili, tra la fogna – è noto che le cozze filtrano tutto lo sporco che c’è in acqua – e il cemento.
‘Buttiamo via tutto per piacere’, dice a un certo punto mio papà in un lampo di saggezza. 
‘No, no, a me piace’ faccio io, e mangio quello che resta, per spirito di contraddizione, e per difendere la mia impresa. 
Ho passato una notte orrenda. Avevo un mattone sullo stomaco, mi sono alzato a bere dieci volte, e a un certo punto ho pensato di morire avvelenato.

Da allora, delle cozze del fiume non si è più parlato, né in casa né a scuola, e a dire il vero nemmeno in paese. Come se fossero scomparse, anzi, mai esistite.
Quindi, davvero non lo so se tutto questo è successo veramente.
Sono passati così tanti anni, e tanta acqua sotto i ponti. 
Ci saranno ancora? Qualcuno ne sa qualcosa? Magari uno di voi, con la vista buona e una stecca di ombrello, prima che venga l’autunno, può andare giù a dare un controllata?

(Angelo Ghidotti)