SONO UN UOMO DI MONTAGNA


Sono un uomo di montagna. Ho sempre vissuto in montagna. Da tre anni mi sono trasferito in pianura. Ma non così lontano da non poterci tornare tutte le domeniche.
Qui c’è il lago. Sembra di stare sempre in vacanza. Quando vado a bere un caffè, il bar ha questi tavolini proprio davanti all’acqua e l’acqua ha questo colore forte che ti chiama.
Ma in settimana a camminare col mio cane vado dove il lago finisce di essere lago e ritorna a essere fiume. 
Il fiume è l’Oglio che dal mio paese vedevo scorrere giù a valle. Lo vedevo che zigzagava un po’ di qua un po’ di là fra i campi, divideva in due la valle, fino a che spariva.
Per un momento seguo la strada, poi taglio via per i prati. Ci sono sentieri come in montagna. Solo non hanno salite. Cammino all’interno, dalla parte del fiume. Mi capita di incrociare persone che abitano lì e che hanno ancora la fattoria, che coltivano l’orto e segano il prato, hanno le galline e le donne portano il grembiule.

Qualche volta si fermano a parlare. Le piace qui? Me lo chiedono con la fierezza di chi sa la risposta senza bisogno di sentirla. Mi raccontano di quando era tutto pulito lì intorno. E c’erano viti ovunque e campi di frumento o segale o orzo. E si viveva bene di poco. La storia la sentiamo spesso. Fa sempre tristezza. Poi penso che se ci sono questi uomini e queste donne che sono rimasti, che continuano a fare almeno un po’ di quello che facevano i loro nonni, che guardano le cose di sbieco, che sanno distinguerle, e se queste storie le portano in giro sulle loro facce e stringono mani e nelle mani passa tutta una vita.

Oggi sono arrivato al fiume. Ho seguito il sentiero che costeggia il canale. Il canale mi mette ansia. C’è il sentiero, ci sono gli alberi e le pietre e terra e fiori selvatici e poi c’è questo canale, con l’acqua che scorre liscia, senza una grinza, senza nessun rumore. Ho incontrato dei ragazzi in bici e ho chiesto se sapevano come si scendeva al fiume. Erano belli, carichi di luce - anche a loro di sicuro piace andare in posti belli e stare tutti insieme, farsi un bagno nell’acqua che corre, magiare cantare divertirsi. Mi hanno detto attraversa quel ponte e attraversa il prato e dopo il prato c’è una stradina sterrata che scende ripida e lì c’è il fiume. Poi ho chiesto se c’erano vipere – mi hanno guardato strano, detto che non lo sapevano - io ho detto raccolgo un bastone. Il bastone serve a far paura alla mia paura - lo so bene - ma a volte bisogna aver pazienza anche con se stessi, sapere con chi abbiamo a che fare e fin che non si può cambiare ci si accetta.
Così sono arrivato al fiume. 

Il fiume era bello e verde. Si muoveva a tratti lento, a tratti feroce come il fuoco. Ma non faceva paura. Ho tolto le scarpe e ho fatto come il mio cane. Io seduto su un sasso e lui a scorrazzare nell’acqua bassa. Poi ho pensato che anche se non c’era la montagna, anche qui la bellezza non scherzava. E lo sapeva la mia pelle prima di me, lo sapevano i piedi e il fiato e i capelli. 
Il cervello alla fine ha ceduto e io stavo bene.

Iole Toini